“Un abbraccio ai gufi” ha tenuto a sottolineare Renzi lanciando gli ultimi sessanta giorni dell’Expò: il consueto monito verso quelli che secondo il nostro Premier gli remano contro e un modo come un altro, soprattutto, per mettere un cappello politico-personalista alla manifestazione milanese. La renzizzazione, in effetti, è riuscita alla perfezione: un evento liquido, scenico, twist and shout e con l’ashtag tendente al tormentone “#filechilometriche”, un evento social, partecipativo, costoso, multietnico, cooperativista ma anche capitalista, ecologico ma anche sfarsozo, centrista nei valori e quindi, di fatto, aperto a qualunque sensibilità. Ogni volta che il Presidente del Consiglio si reca a Rho Fiera, tutto sembra trasformarsi in un’enorme Leopolda espositiva e finalizzata a rafforzare il culto della personalità. Prima di poter dire se questa manifestazione è risultata essere un successo per l’Italia, andrebbe, quindi, senz’altro ammesso che dal punto di vista del filone pubblicitario renziano è un fiore all’occhiello. E come tale Renzi lo rivendicherà in giro per i prossimi mesi.

Chi si reca ad Expo’ trova una Milano pulitissima e straorganizzata, dalle linee ferroviarie a quelle metropolitane, dai tram notturni ai servizi sostitutivi in pullman; tutto è scandito alla perfezione, tutto viene ripulito con assoluta tempestività. E’ la Milano, capitale economica d’Italia, che corre con smania per divenire sempre più il principale centro economico del Sud-Europa. La Milano radical chic, per il vero, storce il naso e pone l’accento sulla presenza di marchi come Mc Donald’s e Coca-cola in un luogo che predicherebbe la fine della fame del mondo, come se i nemici più profondi e temuti delle nazioni povere fossero i panini e le lattine delle multinazionali. La verità è che la fame nel mondo all’expo’ non c’è per niente, c’è il tema che doveva essere “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita” e poi ci sono le nazioni che lo hanno interpretato tenendo bene in mente il loro fine, principalmente turistico e/o pubblicitario. L’Olanda, come esempio, ha riprodotto una minuscola Amsterdam commerciale con qualche proibizione in più, massimo risultato col minimo sforzo, musica techno, furgoncini, giostre, olandesine a servire, labirinto degli specchi. Nel padiglione del Regno Unito offrono shortini di birra ed è l’unica cosa gratis che può trovarsi assieme all’acqua. Tutto il resto si paga e si paga salato: prosciutto iberico stando seduti costa 35 euro, tre fettine di tortilla 12 euro, la churrascaria brasiliana è vostra alla modica cifra di 45 euro, la maggior parte si rifugia nello street food,dunque, al Mc, oppure arriva direttamente con il pranzo al sacco. Sembrerebbe più simile al paese dei balocchi che ad un’esposizione sul cibo e sull’ecosostenibilità. Un paese per Pinocchi ricchi, però.

A dover trovare un difetto grosso, la quasi totale mancanza di prezzi calmierati e ad accesso popolare, pare essere il vero appiglio. Scordandosi tutte le ruberie di cui sarebbe ormai inutile parlare. E’ il trionfo dell’architettura archistar,inoltre, dove le bizzarrie strutturali dei padiglioni restano le attrattive più immediate ed evidenti. Come alla Leopolda, del resto, è la scena a farla da padrone.

Ci sono i cluster per i raggruppamenti dei paesi più poveri, quelli confinati alle estremità dei cardi perché l’Expo è anche gerarchia geopolitica, è la Palestina confinata alla fine del percorso con gli stand espositivi che rivendicano la libertà e la fine dei bombardamenti, è il Vaticano che attualizza il messaggio evangelico per cui non di solo pane vivrà l’uomo ma dimentica di porre un crocifisso che lo distingua dalle sfuriate globaliste di quasi ogni altro padiglione centrale. È una enorme scatola quella costruita con enorme fatica a Rho fiera, una scatola attraente che invita al viaggio ma che esattamente come un depliant ti lascia assaporare luoghi ed usanze senza lasciarti molto altro. È quel regalare una speranza che secondo Renzo farebbe vincere le elezioni e che fa stare le persone per giornate intere all’interno di file dalla durata indefinita.

Di cibo si parla poco, insomma. Il tema, come risaputo, era a rischio critiche equo e solidali ma in effetti non è sembra affatto essere centrale una volta entrati dentro. È una giostra questa esposizione, una giostra saporita che cerca di muovere la speranza nelle menti dei visitatori. Come se fosse un’enorme Leopolda globale dei marchi, delle nazioni e delle categorie interessate. Ed è un successo per come il potere ha deciso di avere a che fare col popolo ossia comunicando e cercando di far passare messaggi prescindendo dalla realtà. La comunicazione, a pensarci bene, è la vera tematica centrale della nostra esposizione universale: lo storytelling di un mondo buono e possibile, aperto, globale,mricco e cooperativista, un mondo mediaticamente per tutti, nella realtà di pochi, pochissimi e ben addestrati comunicatori economici.