Dopo anni di complici disattenzioni, la Commissione Europea di Jean-Claude Juncker ha elaborato un piano comunitario di gestione dei migranti. Ad oggi, nei territori dell’UE si contano circa 20 mila profughi collocati nei campi e aventi le carte in regola per godere dello status di rifugiato politico: essi saranno accolti e gestiti dai Paesi membri in maniera proporzionale, in base a fattori quali il PIL, la disoccupazione, il numero di abitanti e la presenza pregressa di immigrati all’interno del Paese, nell’ambito dei cosiddetti “reinsediamenti”. L’Italia sarà dunque chiamata a gestire poco meno del 10% dei reinsediamenti e l’11,84% dei richiedenti asilo già entrati o che entreranno in territorio europeo. Sopra di noi, solo Germania e Francia, con tassi rispettivamente del 18,42% e 14,17%.

Al netto di deroghe – le cosiddette opting-out, deroghe di esenzione – e vagli dei singoli governi, si tratta del primo, attesissimo intervento europeo in tema di immigrazione. L’Italia soffre ormai da anni il fenomeno, complice un tessuto socioeconomico interno inadeguato e la totale assenza dell’Unione. Secondo il Regolamento Dublino II del 2003, l’obbligo di assistenza del migrante era affidato al Paese sul quale per primo l’immigrato era giunto. Le ineguaglianze in un territorio geograficamente così vario come quello europeo erano sotto gli occhi di tutti. Da oggi invece i Paesi mediterranei potranno usufruire di 60 milioni di euro comunitari per far fronte alla prima accoglienza dei flussi migratori, tanto che lo stesso Angelino Alfano, dopo aver ricordato come l’Italia abbia dovuto pagare di tasca propria un’operazione vastissima ed efficiente come Mare Nostrum, ha parlato di “giorno della verità”, in cui sarebbe potuto cadere “il muro di Dublino”.

Ora però è il momento di continuare lungo questa via, e di affrontare in maniera ancora più sistematica l’emergenza migratoria. Smentite con vigore le voci che vedevano l’UE al centro di un progetto militare atto a distruggere i barconi coi quali gli immigrati giungono in Europa, Federica Mogherini ha annunciato “la pianificazione di un’operazione navale per smantellare il business dei trafficanti”. Ed è qui che la vicepresidente della Commissione Europea commette un errore;  un errore madornale se si pensa che la Mogherini è italiana.

Già, perché il precedente storico è sotto gli occhi di tutto il nostro Paese, ed è costituito dalla lotta alla mafia. La storia repubblicana d’Italia è infatti costellata di interventi antimafia fatti da singoli episodi, da singole retate, da singole operazioni di polizia atte a smantellare l’ingerenza di questo o di quel boss. Lo Stato italiano non ha mai elaborato un piano economico e sociale serio e sistematico con l’intento di smantellare la radice mafiosa all’interno del Paese, ma ha preferito mettersi nelle mani di singoli magistrati coraggiosi ed isolati. Nessun piano d’intervento sistematico è mai stato pensato, progettato o elaborato. Arrestato un boss, se n’è subito affermato un altro, in un gioco sempre uguale a se stesso e in cui l’autorevolezza dello Stato è venuta progressivamente meno.

Allo stesso modo, occorre comprendere che intorno ai flussi migratori che dall’Africa giungono in Europa si sviluppa una rete di interessi criminali la cui portata è di difficile comprensione. Si tratta di organizzazioni internazionali, con contatti in tutto il mondo, capaci di spostare equilibri politici ed economici, e pronte ad accumulare fortune sulla pelle di chi fugge dal proprio Paese. È per questo motivo che gli annunci della Mogherini circa gli interventi navali sono da accogliere con freddo disincanto: perché nessuna istituzione europea ha ancora parlato di interventi economici, sociali e politici volti a risolvere alla radice le cause della costante migrazione africana, e perché i progetti presentati possono costituire solamente delle toppe da applicare ad un sistema sociale che continuerà comunque a fare acqua. Comprendere questo significherà abbattere la povertà, smantellare il crimine, salvare vite umane e restaurare il primato della politica sull’economia del conflitto armato.