Nella seconda giornata della Biennale è stato affrontato un tema centrale e spinoso ovvero lo stato di salute del mondo del lavoro e della cooperazione (quest’ultima un elemento fondante per la filosofia del convegno). A moderare il dibattito è Lucio Fontana, direttore del Corriere della Sera, con la partecipazione accesa della leader e sindacalista Susanna Camusso. Quest’ultima, uscita sconfitta, (insieme al sindacalismo tradizionale), dal tentativo di opposizione al Jobs Act, non ha potuto cimentarsi in una soluzione migliore di quella contestativa: criticare la riforma del mercato del lavoro e il suo costo pari a 18 miliardi di euro, oltre che il risultato di incremento occupazionale pari a una cifra oltre i 100.000 individui. E’ senz’altro giusto evidenziare l’assurdità del presunto “miglioramento” dello status generale degli impieghi lavorativi, ma è altrettanto ingenuo soltanto pronunciare il concetto di “riforma del lavoro”. Si dovrebbe piuttosto parlare di legge per lo smantellamento dei diritti sociali dei lavoratori, la cui cifra esponenziale è stata invece ben investita dalla classe dirigente liberista, la quale ha ricorso alle risorse economiche degli stessi cittadini per decostruirne il welfare. Per non parlare dei presunti “benefici” che avrebbero toccato esclusivamente la fascia degli over 50, dunque escludendo i giovani, maggiormente bisognosi di nuove risorse di guadagno e realizzazione sociale.

Presente alla conferenza era anche l’economista francese Jean Paul Fitoussi, il quale ha sollevato delle questioni importanti, ma delle quali ormai non pochi italiani ed europei hanno realizzato la gravità. Matteo Renzi, insieme ad altri leader europei, hanno parlato di “segnali di ripresa e crescita” già a partire dalla seconda metà dell’anno 2015. Fitoussi ha giustamente posto la domanda  “crescita inerente a cosa? Ma soprattutto a vantaggio di quale sfera sociale?”, per poi riferirsi al concetto di “aumento del PIL”, il quale non fa assolutamente riferimento al miglioramento delle condizioni economiche generali, bensì allo status dell’élite finanziaria. Viene tirato in ballo l’esempio degli Stati Uniti, dove la ripresa del Paese ha visto come protagonista e beneficiario il solo 1% della popolazione.

Il concetto di crescita non ha più senso in un mondo di disparità tra individui. Concetto, questo, condiviso dal premio nobel americano Stiglitz, il quale si è occupato del tema della disuguaglianza, argomento più scottante e conseguente a quello dell’occupazione. Esordisce l’economista:

“Dalla fine degli anni 70 c’è stato un cambiamento: la produttività ha continuato a crescere, ma i frutti di quella produttività sono andati al 1% della popolazione più ricca, mentre contemporaneamente nulla è andato agli operai, ai lavoratori che hanno fatto quella produttività”.

Lo studioso statunitense, autore di opere quali “La globalizzazione che funziona”  e “La globalizzazione e i suoi oppositori”, si limita ad accusare la classe dirigente dei Paesi occidentali, colpevole dunque di aver intrapreso scelte politiche errate. Stiglitz ritiene che il male non sia costituito dal processo di globalizzazione, bensì da una sua cattiva gestione. E’ questo il punto maggiormente problematico, dal momento che la vocazione di un’unica civiltà, economia e cultura globale ha trascinato i popoli del mondo nel baratro dell’incertezza, privandoli del principio di autodeterminazione.

Non è realizzabile la creazione di un modello economico pacifico, unico ed equilibrato, poiché lo stesso Occidente fonda le attuali politiche monetarie sui meccanismi del debito pubblico e, quelle di approvvigionamento energetico, sull’esportazione di guerre imperialiste dalle vesti democratico-umanitarie, dunque sulla stessa disuguaglianza. Per questi motivi, l’augurio di Stiglitz per un possibile “mondo migliore” e al contempo globalizzato rimane un mero sogno utopistico. Sorprendentemente Romano Prodi, uno dei più fervidi promotori del progetto europeista e liberista, oggi ritira molte delle sue previsioni ottimistiche in merito alle politiche continentali, e conferma le analisi “stiglitziane” inerenti alla disparità economica nella nostra area del globo:

“40 anni fa affermai che una differenza di salario di 30 volte tra un direttore e un operaio era troppo. Ricevetti migliaia di lettere di approvazione. Oggi la differenza è di 300 volte, ma non importa nulla a nessuno”. 

Le radici del male UE sono strutturali, occorre rifondare un’Europa sociale, dove gli stati possano collaborare e avviare uno sviluppo pacifico, senza l’ingerenza di istituti quali la BCE nelle singole politiche economiche. Risuonano profetiche le ultime parole di Stiglitz, sull’avvento dell’uscita di alcuni Paesi dalla “zona euro”.