Per i nati nel 1994, Silvio Berlusconi è onnipresente. Nel giornale locale in cui nelle ultime pagine è riportata la data della mia nascita, 26/3/1994 per l’appunto, in una rubrichetta a piè pagina intitolata “lieti eventi”, c’è lui in copertina in forma smagliante. Teso ma sorridente. Concentrato ma mai serioso. Magnetico, senza alcun dubbio. La domanda è: “Lo avranno amato di più i suoi ammiratori o odiato di più i suoi “avversari” ?”. La risposta è impossibile da dare. Il signore di Milano ha occupato il cuore il fegato e la mente di troppi italiani, di tutti gli italiani, per cercare di capire, al di là del mero riscontro delle urne, cosa in profondità la benamata pancia del paese ha provato per lui. Una cosa è certa: tutte le pulsioni umane hanno avuto Berlusconi come oggetto, l’odio, l’amore, la stima, il disprezzo, tutte, tranne l’indifferenza.

“Era una regola matematica: si chiedeva a tavola chi avrebbe votato Berlusconi e nessun diceva di si, tranne sparuti temerari. Due giorni dopo, puntualmente Berlusconi vinceva”. Questo era quello che mi raccontava un severo, sboccato e valido professore di matematica, dichiaratamente di destra e sfacciatamente maschilista, forse per questo idolatrato dalle sue alunne. Un argomento scomodo Berlusconi, eppure sempre così ricorrente, mai scontato, una miccia pronta per infiammare le neo suffragette più incallite, pronte a rodersi la gola pur di affermare quanto schifoso fosse quel porco drogato di viagra.

La verità è che Silvio Berlusconi andrebbe elogiato. Si elogiato, per la sua coerenza politica. Un uomo che non ha mai mutato i suoi obiettivi, che non ha mai ceduto a camaleontici cambi di bandiera, che con orgoglio ha incarnato un ideale: un bonario capitalismo all’italiana, in cui col sorriso l’interesse del capo assurge a bene assoluto della collettività. Non più la logica dei grandi destini da compiersi, bensì il più placido cammino verso un orizzonte migliore. Migliore per chi? Per tutti?! In un certo senso. Perché se il capo nient’altro è che la proiezione di tutti, ciò che è meglio per lui, sarà il meglio per gli altri, anche quando tale coincidenza sembra apparentemente impossibile. È qui nella assoluta mancanza di ipocrisia, sostituita da un senso dell’umorismo estremamente graffiante, che la parabola apparentemente discendente di Berlusconi, in questi interminabili anni di Hara-Kiri politico, semplicemente riconferma ancora una volta la priorità del cav. : mantenersi integro di fronte alla strage compiuta del suo patrimonio politico. Prostratosi alla freschezza del Matteo Piddino, nulla fa Silvio, se non stuzzicare la sua agonizzante creatura politica spingendola di più verso il baratro, pur di preservare il suo sudato impero economico.

La scelta di Bertolaso con le “Gazebarie”, definite da Pietrangelo Buttafuoco sul Fatto Quotidiano “parodia delle già parodistiche primarie del PD”, ha sancito un strappo con il resto della “destra” su Roma. Tra Marchini, la Meloni e Storace il panorama romano sembra estremamente frammentato, ma Silvio, padre unificatore della destra moderna, pare tirare dritto su una strada che difficilmente avrà il profumo della vittoria. Se la storia è maestra la sua lezione è chiara: ad intonare il requiem all’Imprenditore più quotato del bel paese si perde solo la voce. Le resurrezioni politiche di Berlusconi sono innumerevoli. Indimenticata l’ultima, quelle delle politiche del 2013. Fisso nella memoria comune di un paese che pareva quasi annoiato dal Cav. la serata da Santoro e Travaglio. Il consueto sermone del vispo allievo di Montanelli e poi lui, Silvio, che prima di sedersi sulla sedia che aveva ospitato il “popo” di Travaglio, la pulisce accuratamente con il suo fazzoletto di stoffa. Chapeau. Picco di Share, ma soprattutto picco di voti.

Guardare alle vicissitudini di quest’uomo, agli alti e bassi della sua carriera, alla frenesia della sua vita privata è come gettare l’intero paese di fronte ad un gigantesco specchio, in cui i suoi vizi ed i suoi pregi escono deformati dalla lente di un uomo che neanche la penna più ardita avrebbe potuto immaginare. Il Berlusconismo a conti fatti è un epoca chiusa. La rivoluzione liberale non è avvenuta, così come non sono crollate le istituzioni democratiche. La febbre della generazione “manettara”, fomentata dalle urla di Occhetto- Sancho panza travestito da don Chisciotte a capo della “gioiosa macchina da guerra” che nel 94’ si schiantò contro gli spot pubblicitari di quell’ italiano di successo- è finita. È giunto finalmente il momento di storicizzare Berlusconi, le sue mascherate ed il suo operato. La frenesia dei nuovi puri ora si abbatte sull’Ebetino del PD e sulle sue Bischerate, il quale rimane comunque immune da girotondi della pace o da sfilate per la libertà di parola, grazie al salvacondotto d’appartenenza piddina, prima e principale astuzia del volpone fiorentino.

Forse, senza il giogo del fanatismo di una certa area politico-culturale, si potrà con il tempo giudicare quest’uomo con la serenità delle analisi pacate, senza urla partigiane e senza folle inferocite. Quella di Berlusconi rimane una parentesi assolutamente anomala nel panorama europeo da più punti di vista. Una cosa è certa: dopo Pulcinella, la somma maschera italiana per i millenni a venire sarà di certo la sua espressione, magari mentre fa le corna in una foto di gruppo, attorniato da impettiti e attoniti capi di stato, incapaci di comprendere un’ironia che altro non è se non l’espressione di un intelligenza superiore.