Sono sempre più numerosi i movimenti e i partiti politici in Italia che richiamano o in qualche modo riecheggiano modelli stranieri.

L’ultima moda è quella di Bernie Sanders, candidato alle primarie democratiche negli Stati Uniti, che piace all’area a sinistra del Pd. Dopo  che Tsipras ha perduto in parte il suo fascino, in seguito all’accettazione del governo greco delle richieste della Troika, il candidato americano definito e definitosi “socialista” sta diventando il nuovo punto di riferimento per gran parte della sinistra italiana.

L’ascesa di Syriza aveva rappresentato per molti una folgorazione, al punto da indurli a formare un cartello elettorale che porta proprio il nome del Capo di Governo greco e che, però, contrariamente ai suoi omologhi ellenici, ha ottenuto scarso successo.

L’esotismo non attrae solo a sinistra. Se questa è sotto la diarchia Tsipras-Sanders a destra prevale il culto per Marine Le Pen e il Front National, che coinvolge la Lega di Salvini e tutta la destra identitaria. Vi sono poi personaggi carismatici che seducono in modo pressoché trasversale, come quella – almeno a giudicare dalla proliferazione dei vari “fan club” a lui dedicati – di Vladimir Putin, attorno al quale sono nate tutta una serie di leggende che lo propongono come una sorta di figura messianica.

Dall’Inghilterra di Farage e Corbyn (a seconda delle tendenze politiche di riferimento) alla Spagna di Podemos, senza dimenticare la Germania, cui si ispira il neonato “Alternativa per l’Italia” calco di “Alternative für Deutschland”, l’esotismo non tralascia nessun paese; esso è fortemente attratto dalle ascese folgoranti di movimenti o singoli individui. Per lo più si tratta di mode passeggere che si presentano come svolte apocalittiche per l’umanità e che nel giro di pochi anni o addirittura mesi sono destinate ad essere soppiantate da altre mode. Non è sempre così, a volte si tratta di qualcosa di più di semplici tendenze di breve durata, ne è un esempio proprio il primo partito italiano che nasce per emulazione del Partito democratico americano. Ma in questo caso si tratta di un fenomeno inscritto in tutto l’Occidente, cioè l’americanismo, cui si unisce uno sfaldamento delle tradizioni politiche nazionali.

Si possono individuare tre cause dell’esotismo italiano. L’autorazzismo, l’oblio di una cultura politica e la scomparsa dei partiti tradizionali e dei loro riferimenti teorici.

a)      Il razzismo verso se stessi, che spesso fa da contraltare al razzismo verso gli altri, è molto sviluppato nel nostro paese. Questo consiste nell’attribuire tutto il male alla cultura nazionale e nell’esaltare altri paesi come paradisi di civiltà, progresso e giustizia. Se il razzismo è l’atteggiamento funzionale al colonialismo attivo, l’autorazzismo è utile al colonialismo passivo, all’accettazione del dominio di potenze straniere (in particolare gli Stati Uniti) sul proprio territorio. L’autorazzismo comporta la delegittimazione della propria cultura e della propria storia e l’esaltazione di quelle di altre nazioni. Di conseguenza esso crea i presupposi perché si ricerchino oltre i propri confini dei punti di riferimento nell’azione politica.

b)      La decantata fine delle ideologie e il postmodernismo hanno prodotto una crisi politica in tutto l’Occidente e in particolare in un paese come il nostro che si caratterizzava per una forte ideologizzazione della sfera pubblica. A risentirne in particolar modo è stato il marxismo, quindi i partiti socialisti e comunisti che in Italia hanno smesso di esistere (salvo piccole nicchie ininfluenti). Questo vuoto è stato riempito dal neoliberismo, spesso anche in modo inconsapevole per i cultori del disincanto e del nichilismo.

Venendo così a mancare una cultura politica non c’è modo di interpretare l’insoddisfazione per le strutture sociali e politiche costituite se non in modo ingenuo e irriflesso. Il risultato sono due tendenze opposte: il localismo e l’esotismo. Quest’ultimo non trovando nel proprio ambiente di riferimento e nella tradizione schemi concettuali già elaborati si rivolge all’esterno. È affascinato dal successo di certe linee politiche o capi carismatici, che pensa di poter riprodurre in modo automatico in patria.

c)      Tra gli anni ’90 e 2000 in Italia si è assistito a un rapido mutamento. Tutti i partiti tradizionali hanno cessato di esistere, sostituiti da nuove formazioni fluide e flessibili dotate di apparati “leggeri” e di paradigmi concettuali traballanti quando non completamente assenti. La rivoluzione mediatico-giudiziaria di “Mani Pulite” ha fatto tabula rasa dei partiti della Prima Repubblica. Questo cambiamento è stato così repentino da non permettere alle strutture di rigenerarsi, ha attuato una rottura traumatica rendendo impossibile qualsiasi continuità e recupero della tradizione. La sostituzione dei vecchi apparati è stata abbastanza grossolana e spesso ha dovuto far ricorso a modelli stranieri per colmare in poco tempo vuoti di consenso. Questa tendenza si rileva con maggiore evidenza negli ultimi tempi in cui si fa sempre più manifesta l’inadeguatezza dei nuovi partiti.

L’esotismo politico, quindi, è l’espressione di un dissesto culturale, di un’insoddisfazione rispetto alla politica italiana per come si è costituita dopo la Prima Repubblica, ma questa insoddisfazione non riesce a essere tradotta in una forma concettuale idonea e originale. Perché ciò sia possibile si rende necessario un recupero pur parziale della tradizione politica italiana, che invece è inibito perché quest’ultima è stata quasi unanimemente screditata. Questo recupero non può essere la semplice riproposizione di vecchi modelli, ma si deve saperli elaborare in modo critico per poi ricostruire una struttura teorica e pratica adatta al presente. Un simile procedimento necessità di due fattori di cui però oggi non si dispone. Il tempo, innanzitutto, perché la politica ha bisogno del tempo della parola, della dialettica e della riflessione, oltre che della maturazione e della sedimentazione storica. Ma nel mercato elettorale contemporaneo la prospettiva di lungo periodo deve essere abolita, mentre si richiede di inseguire un consenso immediato misurato dai sondaggi e dalle rilevazioni demoscopiche. L’altro fattore è la cultura politica. Questa è stata devastata dal consumismo culturale che da una parte tende ad offrire, come direbbe Ulrich Beck, “soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche”, dall’altra diffonde una fruizione superficiale e la liquidazione di tutto ciò che richieda meditazione, una visione teorica comprensiva di una totalità e quindi uno sforzo intellettuale, dialettica e riflessione invece che immediatezza e brillantezza comunicativa pre-razionale (molto simile alla pubblicità).

L’esotismo tenta di dare una risposta a questi problemi, ma li lascia inalterati. Si cerca di aggirare il problema della mancanza di tempo e di cultura politica ricorrendo a ciò che già c’è e che quindi non richiede un processo di elaborazione teorica e pratica e di maturazione storica. Ma i modelli stranieri hanno un valore nel contesto nel quale nascono e si sviluppano. Astratti da tale contesto diventano inservibili. Per di più l’esotismo alimenta il circolo vizioso di continua delegittimazione della tradizione politica (che si sostituisce a una sua critica) e continua distruzione di cultura e lessico adeguati. Invece di curare il male lo aggrava.

Non esistono ricette, panacee e messia che possano eludere le questioni centrali, cioè un recupero critico della tradizione, uno sforzo di comprensione teorica globale e unitaria e non frammentaria degli eventi, l’individuazione di scopi non soltanto immediatamente raggiungibili, la costruzione di apparati “pesanti” in grado di resistere ai mutamenti e di non soccombere alla prima folata di vento. Ciò può essere realizzato solo sul lungo periodo e richiede quindi una disposizione alla dialettica e alla riflessione, ad abbandonare il mercato elettorale dei sondaggi, a ricostituire spazi pubblici per la politica oggi invece “privatizzati”.