Ritorna il folkloristico incontro ideato dal “lungimirante” Matteo Renzi, un momento nel quale la propaganda è spettacolarizzata e camuffata attraverso la teatralità e l’amore per il “nuovo”, che invece odora di immobilismo dirigenziale e assenza di rinnovamento.

La prerogativa della “maschera” democratica.

La Leopolda rappresenta, nella maniera più eclatante, l’arte subdola e sopraffina dell’oltraggio e della derisione nei confronti della democrazia. La classe dirigente liberista, da sempre sinonimo di eccessiva seriosità e fastosa auto-celebrazione, ha finalmente trovato, grazie all’attuale presidente del consiglio, una strategia moderna e colorita per la sopravvivenza della propria credibilità. Si dà il caso, infatti, che strumenti come la libertà d’espressione, il dialogo e la partecipazione, tradizionalmente elementi di contestazione democratica del potere, siano ora oggetto di strumentalizzazione da parte della stessa élite politica italiana (ed europea), conscia di avere a che fare con un pubblico ben diverso rispetto al passato. Queste parole d’ordine sono state invocate dallo stesso Renzi, il quale, in un momento di crisi d’identità del Partito Democratico, non può che ritrovare il proprio consenso elettorale all’esterno di esso. Ebbene, quale migliore strumento propagandistico della Leopolda, un luogo dalle parvenze “orizzontali” e “democratiche”, ma dalla partecipazione prevalentemente di parte e filo-renziana, vista la presenza del ministro dell’economia Padoan e di Maria Elena Boschi. La stessa ministra delle riforme ha affermato in maniera entusiastica: “L’anno prossimo ci sarà un passaggio decisivo per le riforme: siamo a buon punto. Le riforme sono nate proprio nella Leopolda, perché sono alcune delle idee e delle proposte che abbiamo fatto nascere qui negli anni passati e che oggi sono a un passo dalla realizzazione in Parlamento”. Considerando l’ambiente e i suoi “frequentatori”, non vi è da stupirsi se la legge di stabilità o lo stesso Jobs Act siano stati partoriti proprio in questo luogo.

Il sapore della sconfitta e l’insipidità politica.

Le minoranze del PD hanno compreso che l’evento non costituisce soltanto una forma di auto-esaltazione dell’ “Italia che fa”, (se pure non si capisca bene cosa), bensì un braccio di ferro perso in partenza, in cui la maggioranza di governo non può che proclamare la propria sovranità. Il primo tra i deputati piddini a contestare l’orientamento della manifestazione è Pierluigi Bersani, il quale accusa il primo ministro di negligenza verso il partito, dal momento che non si pensa a nuove tessere e militanti, bensì a imbastire un evento, la Leopolda, che nulla ha a che vedere con il PD. Afferma ancora l’ex segretario democratico: “Io penso che se la strategia fosse quella di portare il Pd in una generica e confusa posizione centrale o centrista, allora ciò vorrebbe dire non aver capito nulla. Significherebbe non aver capito che un indistinto centro scomparirebbe.” La vecchia guardia del centro-sinistra sembrerebbe invece non aver “compreso nulla” della politica di de-ideologizzazione e svilimento dei contenuti sui diritti sociali e del lavoro, attuata, tra l’altro dalla stessa classe dirigente della quale si proclamava portavoce. Si rivela dunque inutile il mero atteggiamento di protesta nei confronti di un’iniziativa che cela il messaggio per cui siamo tutti liberi di esprimere la propria opinione.. Purché essa non venga attuata. Potremmo dunque definirlo una sorta di contentino, ribattezzabile come “opinionem et circenses”.

L’arma satirica firmata Leopolda.

La trovata comunicativa di maggiore ingegno è rappresentata dal coinvolgente “umorismo” che ha caratterizzato le sale della Leopolda. Oggetto di discussione e scherno, questa volta, è il giornale Il Fatto Quotidiano, il quale è stato aspramente ed esplicitamente deriso dalla convention, come dalla pagina fb della Leopolda, che titola “La top 11 delle balle contro il governo Renzi” o il sito ufficiale che ha addirittura creato il sondaggio“Scegli anche tu il peggior titolo di giornale”. A essere sotto attacco sono titoli come “Le grandi riforme: insegnanti deportati e Jobs Act fuori legge”,i quali invece esprimono lucidamente e sinteticamente le conseguenze dell’operato di governo.Se, un tempo, la libertà di stampa era minacciata dalla censura, oggi è minata dalla derisione e dalle offese, autorizzate dallo stesso presidente del consiglio e seguaci: un’arma molto più sottile ed efficace, pericolosa e utile nell’isolamento di eventuali voci dissidenti.