Non c’è nulla di male ad essere ottimisti nella vita, tranne se quell’ottimismo viene giocato sulle illusioni altrui. E appunto illusione rimane. Come il fatidico Ponte di Messina che Matteo Renzi sa benissimo essere stato da sempre un’illusione per i siciliani (o meglio per i potenziali elettori, parlando con logiche politiche), ma perché non cogliere la palla al volo e ritornare sull’argomento? L’annuncio del “nuovo Berlusconi” a favore di quella che Caparezza in una sue celebre canzone chiamava Una Grande Opera, suona come un altro, ennesimo tentativo di recuperare consensi in una Regione dove l’iniziale trionfalismo di Rosario Crocetta si è ben presto trasformato in un disastro, tra emergenze rifiuti, sanità in crisi e agricoltura al collasso.

Il Ponte sullo stretto Messina-Reggio Calabria per Renzi è dunque una “sfida in positivo”, anzi un’opera “utile per tornare ad avere una Sicilia più vicina e raggiungibile e per togliere la Calabria dal suo isolamento”. Analizzando queste parole non possiamo non sottolineare l’uso della parola “tornare” che indica appunto l’esigenza di ricostituire un qualcosa che era già stata e che ora deve “tornare ad essere”. Ed in effetti prima del 1861, se lo vogliamo osservare da questo punto di vista, la Sicilia non conosceva nemmeno la parola isolamento. Cuore del mediterraneo e cerniera di ricongiungimento tra Oriente e Occidente, la nostra isola e tutti i territori che componevano le Due Sicilie, rappresentavano ai tempi dei Borbone il territorio più popolato e più ricco della penisola italiana, tanto da fare di Napoli il cuore di questo Regno ed una tra le più grandi ed invidiate città d’Europa. Questo significa che già l’uso quasi inconscio di questa espressione- tornare ad avere una Sicilia più vicina- sta ad indicare che allora l’isola più vicina c’era già. E perché non lo è più? Per mancanza di un ponte? Certamente no, e questo dovrebbe fare riflettere quei siciliani che considerano l’”elemosina” del Governo centrale come un’ancora di salvezza dalla crisi in cui costantemente ci troviamo.

La questione meridionale è certamente cosa più complessa di tale ragionamento, ma far credere che le sorti della Sicilia e della stessa Calabria possano cambiare grazie ad un collegamento più veloce della sola tratta Messina-Reggio Calabria, è palesemente falso. Come lo è far credere che uno sporadico investimento del Governo centrale al Sud possa apportare alcun miglioramento allo spinoso argomento degli spostamenti. A cosa serve infatti percorrere in pochi minuti il fatidico ponte sullo stretto se da Agrigento raggiungere la stessa Messina comporta inevitabilmente un viaggio di mezza giornata? Questo lo sanno i nostri politici a Roma? L’hanno mai preso un autobus da Agrigento a Palermo in questi mesi, contando i semafori lungo il tragitto? Non pretendiamo che gli amici del Nord capiscano il disagio di noi meridionali a spostarci da una città all’altra in tempi così sproporzionati, attraverso strade dissestate ed infiniti cantieri lunghi quanto gli interessi che vi stanno dietro. Ma davvero i siciliani sono convinti che il Ponte di Messina possa risolvere la tragica situazione in cui versiamo?

Il destino del Sud Italia, oggi, non si gioca affatto al Sud Italia come accadeva una volta. Ecco perché il recente incontro tra il premier Matteo Renzi ed il Presidente della Regione, Rosario Crocetta, ai piedi dell’affascinante Tempio della Concordia di Agrigento- dove Renzi è giunto rigorosamente in elicottero, guarda caso– sembra più pura retorica che effettiva volontà di recuperare gli errori passati. Quello che il Pd ha definito come “il più importante investimento negli ultimi 20 anni”, cioè lo stanziamento di 5 miliardi 750 milioni di euro spendibili in 5 anni, in realtà riguarda somme già promesse negli scorsi anni o comunque mai spese dai precedenti governi regionali. Dopo anni di silenzio, solo adesso infatti il Governo si accorge dell’arretratezza del Sud Italia e, piuttosto che rimboccarsi le maniche, preferisce continuare a gettare fumo negli occhi discutendo del nulla. Ovvero di illusioni.