La vicenda di ‘Mafia Capitale’ va presa con le pinze. Di fango mediatico da gettare addosso a chicchesia ce ne sarebbe a quintali. Stando a quanto viene letto su tutti i principali quotidiani nazionali, infatti, verrebbe da dire che non c’è, nonostante i tentativi, alcuna possibilità di ideologizzare, politicizzare e personalizzare un’inchiesta che vedrebbe coinvolti buona parte degli attori politici romani. Direttamente e indirettamente. Ai soldi non interessa niente del colore politico e il quadro che emergerebbe sarebbe l’ennesima cristallizzazione dell’assoluto carattere anacronistico della dicotomia destra-sinistra.

Il motivetto della “fascio-mafia” cade semplicemente per ragioni statistiche, basta leggersi gli elenchi, quindi le provenienze politiche, degli indagati. La cupola, se c’è, appare trasversale, ibrida, camaleontica e perfettamente in grado di riprodurre le sue logiche a prescindere dagli esiti elettorali romani. Anzi, forse proprio costruita ad hoc per poter agire in ogni caso. Gabriele D’Annunzio ne “La Vergine delle Rocce” disse che: “Vivendo a Roma, io era testimone delle più ignominiose violazioni e dei più osceni connubi che mai abbiano disonorato un luogo sacro. Come nel chiuso d’una foresta infame, i malfattori s’adunavano entro la cerchia fatale della città divina.” Partendo da questo assunto d’annunziano, nel caso in cui l’inchiesta venisse confermata poi giudiziariamente mediante le condanne, si potrebbe riflettere sull’effettiva percezione contemporanea della res publica. Verrebbe fuori, soprattutto, un quadro desolante in termini di rispetto storico, quasi sacrale, che si dovrebbe a Roma.

La trasformazione della più grande risorsa in termini artistico-storico-culturali che la nostra nazione possegga, in una preda da saccheggiare non è una novità. Che siano stati i Lanzichenecchi, i Visigoti, i Galli Senoni o i Vandali, episodi storicamente più recenti, malcostume diffuso politico o meno, bande criminali o altro, è poco rilevante, il sacco di Roma è una costante storica e l’impressione è che questa vicenda possa mirare ad inserirsi nel filotto di questo genere di episodi. L’assalto alla Capitale, assume se possibile, tratti ancor più destrutturanti, se inserito all’interno del contesto della battaglia per la sovranità nazionale, del rispetto per la storia, la tradizione, l’arte, la comune provenienza e appartenenza nazionale, cui saremmo tutti chiamati in questa fase di profonda crisi identitaria, antropologica e sistemica. Vedere saccheggiata la propria Capitale fa male, fa ancor più male se i tempi sono pieni d’ombre, la disperazione sociale emerge con gran forza e il disarmo della potestas popolare si concretizza in un’ evidente impossibilità di decidere per la propria autodeterminazione, “grazie” ad un disegno geopolitico che ha reso Roma politicamente minuscola ed enormi, invece, i potentati economici europei quali Bruxelles,Londra e Berlino. Roma è, in questa fase, fondamentalmente succube delle decisioni altrui prese altrove. Roma è, mai come adesso, debole,indifesa, senza imperium , dipendente, colonizzata. Dove per Roma si intende, simbolicamente, il centro di una nazione intera messa al tappeto dalle logiche ideologiche dei burattinai neoliberisti cui siamo tutti, evidentemente ,sottoposti. Ecco perché, sembrerebbe necessario, a prescindere dal corretto utilizzo o meno del termine “mafia” in questa specifica situazione, sottolineare con forza che la ” questione morale” di berlingueriana memoria, è attualissima e declinata all’interno dell’attuale quadro politico non può che orientare il pensiero verso la necessità di un repulisti del marcio quanto più rapido tanto più diretto.

Il mezzo tramite cui questo meccanismo può essere innescato rimane uno solo, quello di restituire la potestas (esattamente come nella res publica) ai cittadini romani che si esercita, in democrazia, mediante elezioni. A prescindere dalle sentenze che vanno silenziosamente attese, emerge comunque un caos generale, una quantità di marcio potenziale che suggerirebbe, perlomeno in termini di necessità riorganizzative della cosa pubblica stessa, di restituire ai romani il diritto di decidere sull’amministrazione della loro città e di tornare, quindi, a votare. Tenendo, in questo caso, ben presente l’ammonimento di Galimberti nell’asserire che: “In Italia la lotta alla mafia non sarà mai vinta, perché la mafia non è altro che la versione truculenta del costume diffuso, dove la parentela, la conoscenza, lo scambio di favori, in una parola, la rete “familistica” ha il sopravvento sul riconoscimento dei valori personali e sui diritti di cittadinanza”, non pensando, ergo, semplicisticamente, che un solo rimpasto di uomini rappresenti la panacea ma che sia necessaria un’inversione nella prassi consolidata dei costumi “familistici”, appunto, che consenta all’Italia e quindi a Roma di aver restituita parte della propria immagine gloriosa, poche volte come ora messa seriamente a repentaglio.