Sull’onda del referendum californiano che ha sancito il via libera all’acquisto di cannabis per motivi ricreativi, i Radicali italiani sono tornati a cavalcare uno dei loro cavalli di battaglia di maggior successo. La scorsa settimana, i rappresentanti del partito fondato da Pannella hanno riconquistato i riflettori della politica nazionale consegnando alla Camera una proposta legge di iniziativa popolare, corredata da settantottomila firme, finalizzata alla legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati. La mossa dei Radicali ha riacceso, come periodicamente avviene, il dibattito nell’opinione pubblica sul tema della liberalizzazione delle droghe leggere. Senza voler entrare nel merito scientifico della questione, dilungandosi in elenchi di effetti collaterali o benefici della sostanza, non si può non constatare come il frequente ricorso alle fantomatiche proprietà terapeutiche da parte del fronte “pro”, sia divenuto ormai un alibi dietro cui si rifugia comodamente chi vorrebbe usufruirne a solo scopo ricreativo. Dall’altra parte, l’argomentazione fondata sull’equiparazione farmacologica tra droghe leggere e quelle pesanti viene ormai considerata di fragile consistenza. Tuttavia, se è vero che dalla canna non si passa inevitabilmente alla siringa, è innegabile che la quasi totalità di chi si buca, ha avuto il suo primo approccio con la droga fumandosi una canna.

Per chi sceglie di entrare a contatto con la droga per fuggire da una realtà dolorosa o spinto dal desiderio di andare oltre, la cannabis non rappresenta mai un punto d’arrivo, ma un momento di passaggio prima dell’abisso di perdizione materializzato nell’eroina e negli stupefacenti sintetici. Lo Stato, dunque, può veramente permettersi di imboccare la strada della legalizzazione all’interno di un contesto pericoloso come quello della droga, dove è sempre dietro l’angolo il dramma della tossicodipendenza, piaga tra le peggiori della società contemporanea? Vale la pena correre il rischio di incentivare un flagello collettivo per il solo scopo di soddisfare una rivendicazione libertaria individuale? Per giustificare una tale scelta non può essere sufficiente la tesi economicistica e legalitaria che si appella all’incremento degli introiti fiscali e al contrasto delle organizzazioni criminali. Anche perché i benefici economici legati alla vendita di “marijuana di Stato” verrebbero vanificati e nettamente surclassati dall’aumento delle spese sociali e sanitarie. Va sfatato anche il mito propagandistico secondo cui un tale provvedimento indebolirebbe il crimine, dal momento che le mafie, preparate da anni a questa evenienza, continuerebbero comunque ad offrire il prodotto ad un prezzo più conveniente rispetto a quello legale. Regolarizzare l’uso di droga, dunque, farebbe venir meno la consapevolezza del malessere fisico e psichico che comporta, con automatico incoraggiamento e diffusione del fenomeno stesso.

Legalizzare significa banalizzare l’assunzione di droga, renderla un atto accettabile a livello sociale. Un eventuale riconoscimento del “diritto a drogarsi” e l’instaurazione di un monopolio della cannabis da parte dello Stato equivarrebbe ad un’abdicazione dal suo naturale servizio a tutela del benessere comune. Pur non volendo tirare in ballo il concetto di “Stato etico”, è impossibile non sottolineare come l’autorità statale sia chiamata a farsi custode di una libertà da intendersi in senso generale e non come interesse individualistico. Per questo i legislatori italiani devono ricordare che il fenomeno della droga, prima ancora che sul piano economico, legalitario e scientifico, va affrontato sul terreno culturale e sociale. Nella società contemporanea le droghe si pongono sempre più nelle vesti di surrogati dei rapporti umani mettendo in grave crisi la convivenza civile. Ogni uomo cova nell’animo il desiderio di infinito. Il ricorso alla droga rappresenta un tentativo erroneo di accontentare questo desiderio, una deviazione a cui, proprio in virtù della nostra natura umana, siamo potenzialmente esposti tutti ed in particolar modo i soggetti più deboli. Lo Stato non può non tenere conto di quanto un messaggio normalizzante della droga e delle ragioni che portano a consumarla possa essere devastante per la società, riguardando un fenomeno già così foriero di disgregazione sociale. L’intervento legislativo, poi, non serve ad affrancare ogni individuo dalle restrizioni che ostacolano il compiacimento della propria volontà, ma deve conservare necessariamente una finalità educativa.