Oggi potrebbe essere il giorno decisivo per la nascita di quello che, in tutta Europa, è stato etichettato come il primo governo populista in Europa occidentale. Grandi risultano, ovviamente, le perplessità di buona parte dell’establishment italiano e del Vecchio Continente. Per i giallo-verdi sarà fondamentale mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, dall’abolizione della Legge Fornero, al reddito di cittadinanza, alla regolamentazione dei flussi migratori. Sarà inoltre importante valutare la posizione dell’Italia in Europa e nell’Alleanza Atlantica.

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Per quanto riguarda la politica estera emerge un primo punto importante, nel capitolo dedicato alla Difesa:

È imprescindibile la tutela dell’industria italiana del comparto difesa, con particolare riguardo al finanziamento della ricerca e dell’implementazione del know-how nazionale in ambito non prettamente bellico. Progettazione e costruzione navi, aeromobili e sistemistica high tech.

L’industria militare italiana è attualmente la quinta al mondo a livello di export. Nuovi investimenti saranno necessari per mantenere un simile livello di competitività. Nello stesso capitolo si accenna a rivalutare la nostra presenza nelle missioni internazionali sotto il profilo del loro effettivo rilievo per l’interesse nazionale, una vera novità in questo senso. Attualmente sono 6090 gli effettivi italiani impegnati in missioni di pace e militari per conto della Nato o dell’ONU. Rivalutare l’impegno militare italiano nel mondo sulla base di un rinnovato criterio di interesse nazionale, oltre a rappresentare un considerevole risparmio in termini economici, riporterebbe per la prima volta al centro l’Italia al posto degli alleati atlantici.

Al capitolo Difesa segue il capitolo dedicato agli esteri, in cui viene confermata sostanzialmente la fedeltà dell’Italia all’Alleanza Atlantica. Viene altresì ribadita ancora una volta l’importanza degli interessi nazionali. In tal senso i giallo-verdi si prepongono di privilegiare un approccio multilaterale e bilaterale, con un’ampia considerazione per il ruolo della Russia da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen). Risulta evidente la volontà, tante volte espressa in campagna elettorale, di mettere da parte le sanzioni alla Russia per farne un alleato strategico nel Mediterraneo. Queste posizioni collocherebbero l’Italia tra quei Paesi come la Turchia che, pur facendo parte del blocco occidentale, si muovono autonomamente e mantengono delle relazioni bilaterali con Paesi esterni all’Alleanza Atlantica. Una simile scelta sembra di fatto in linea con il progressivo sganciamento dell’Europa dalla sua dipendenza dall’America, di cui l’esempio più lampante è costituito dal riavvicinamento tra la Merkel e Putin e dallo scontro UE-Stati Uniti riguardo le sanzioni all’Iran. Il fronte più delicato diviene dunque quello meridionale, laddove viene sottolineato il ruolo dell’Italia nell’intensificare la collaborazione con i Paesi nordafricani, come già in passato con la Libia di Gheddafi, al fine di regolarizzare e contenere i flussi migratori.

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Scorrendo poi la parte economica del Contratto per il Governo del cambiamento, appare chiara come il sole una netta discontinuità di paradigma rispetto ai Governi degli ultimi sette anni. Vengono, almeno sulla carta, abbandonate misure considerate di austerità e di stretta fiscale per far posto a una netta riduzione delle tasse (con la Flat Tax) e l’introduzione di quello che è chiamato reddito di cittadinanza ma che in realtà è un misto tra un sussidio di solidarietà e un’indennità di disoccupazione. Ovviamente entrambi i provvedimenti sono mediati tra le due forze politiche: la Flat Tax avrà due aliquote base, 15% fino a 80mila euro e 20% oltre gli 80mila euro (forse più per garantirne la costituzionalità), il reddito di cittadinanza sarà concesso per un massimo di 2 anni tenuto conto di tutte le altre clausole necessarie per percepirlo. Scompare anche, o meglio viene superata, l’odiosa legge Fornero compreso il suo adeguamento alla speranza di vita come entrambi (Lega e 5S) avevano annunciato in campagna elettorale. Più molte altre menzioni ad importanti provvedimenti come la pace fiscale tra imprese e famiglie con lo Stato, l’introduzione di una legge sul salario minimo orario, una graduale ridefinizione dei ruoli tra le banche d’investimento e le banche di credito al pubblico (com’era prima del 1992), l’istituzione di una banca per gli investimenti con diverse competenze strategiche, ecc.

Tutti questi provvedimenti ovviamente possono essere ritenuti come giusti o sbagliati a seconda della propria inclinazione politica – si potrebbero ritenere ad esempio poco convincenti determinati provvedimenti o come si cerca di raggiungere certi obiettivi – ma, come si diceva in precedenza, quello che conta è il reale cambio di rotta rispetto alla politica degli ultimi anni. A tutti gli effetti il contratto può essere considerato un programma ambizioso che potrebbe dare buoni risultati se applicato correttamente. Ci riserviamo però di giudicare ex post e non ex ante, cosa che tutti gli opinionisti non sembrano voler accettare.

Elsa Fornero

Elsa Fornero

Sui giornali nazionali poi è scoppiato il caso delle coperture, l’Osservatorio sui conti pubblici italiani diretto da Cottarelli parla di uno scoperto tra i 110 e i 125 miliardi di euro. In merito il contratto giallo-verde parla di: risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit. Le prime due voci delle coperture decisamente non saranno sufficienti per coprire tutte le voci di spesa contenenti nel suddetto contratto, perciò l’unica possibilità sarà il ricorso al deficit attraverso la flessibilità concessa dall’Unione europea, che questa sia d’accordo o meno. Niente di nuovo, dunque non si capisce davvero quale sia la sorpresa visto che le due forze in questione, soprattutto la Lega, in questi anni si sono espresse sempre contro le regole applicate da Bruxelles, a loro titolo riconosciute come sbagliate. Sottomettersi ad esse ora che sono al Governo sarebbe prima di tutto un atto contro i propri elettori e, in seconda battuta, sbagliato dal punto di vista concettuale. Non si combatte un possibile avversario sottostando alle sue regole.

Sarebbe interessante poi valutare i costi – e le coperture – il secondo anno in cui sono introdotti questi provvedimenti, quale sarà cioè l’impatto sull’occupazione del sostegno alla domanda (attraverso le minori tasse e il reddito di cittadinanza) e sulla fiscalità generale? Considerare cioè la propensione al risparmio e quella all’investimento delle famiglie e delle imprese italiane (il cosiddetto moltiplicatore fiscale). Non solo, prevedendo poi un aumento della domanda interna si può ipotizzare anche un aumento dell’occupazione che compenserebbe in toto o in parte i contributi necessari al nuovo regime pensionistico e diminuirebbe le coperture necessarie al reddito di cittadinanza diminuendone semplicemente i percettori. Tutte questioni che il mainstream si rifiuta di affrontare, essendo così preso dal solo tema delle coperture, denotando una reale mancanza di quella che viene definita programmazione economica e di pensiero strategico, che contrariamente a quello che si pensa, anche in economia è fondamentale.

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È indubbio che il vero fulcro di tutta la realizzazione del programma sarà lo scontro con l’Europa e la possibilità – ma soprattutto la capacità – di ottenere margini di flessibilità dall’establishment europeo, riuscendo nell’invertire gli attuali rapporti di forza, che danno i paesi nordici come puramente vincenti. Perché ambizioso è il cambiamento dei Trattati, ma la possibilità di farlo richiede tempi molto lunghi, che perciò lo inquadra come obiettivo di lungo periodo da affiancare ad un obiettivo di breve periodo quale quello di ottenere flessibilità (sugli esempi di Francia e Spagna che non rispettano la regola del 3% dal 2009). Tali manovre si affiancheranno ad un sincero tentativo di dare un assetto più equilibrato all’Eurozona (il che contrasta con la ossessiva descrizione del nascente governo italiano come Euroscettico). Vale la pena di soffermarsi su tutte le proposte messe in campo dai giallo-verdi:

a) Fissare le linee di governo della domanda e dell’offerta globale allo scopo di raggiungere l’obiettivo concordato di “promuovere un progresso economico e sociale equilibrato e sostenibile, segnatamente mediante la creazione di uno spazio senza frontiere interne, il rafforzamento della coesione economica e sociale e l’instaurazione di un’unione economica”;

Punto interessante, ma mai realmente perseguito all’interno della comunità prima e dell’Unione europea dopo, per pratiche questioni di rapporti di forza e di concorrenza. Sarebbe perciò un unicum, se davvero si riuscisse nel perseguimento sociale equilibrato e sostenibile, che predispone perciò una maggiore spinta verso l’integrazione economica con un bilancio unico europeo, un ministro delle finanze europeo e la sterilizzazione dei diversi rischi paese all’interno dell’eurozona. Progetto a cui non più solo la Germania è contraria ma anche l’Olanda. Resta da vedere se davvero il tentativo dei giallo-verdi è un passo verso l’integrazione o verso l’esplosione delle contraddizioni interne alla zona euro.

b) Di estendere alla BCE lo Statuto vigente delle principali banche centrali del mondo per raggiungere un’unione monetaria adeguata agli squilibri geopolitici ed economici prevalenti e coerente con gli obiettivi dell’unione economica;

c) Di condividere le scelte concordate per “affermare l’identità europea sulla scena internazionale” che sia sganciata dall’immagine della supremazia di uno o più Stati-membri in contrasto con il fondamento democratico dell’Unione;

Anche il punto c, indirizzato chiaramente verso Francia e Germania – segnatamente più verso la seconda che verso la prima – serve forse più al tentativo di vedere le carte europee e scoprire il bluff di Germania e paesi nordici, non più così favorevoli ad una spinta verso l’integrazione che li costringerebbe a pagare per i debiti dei PIIGS, che invece di perseguire un reale progetto europeista. Risulta interessante anche il punto d che comporterebbe la riscrittura dello statuto della BCE modificandone cioè l’obiettivo principale che non sarebbe più soltanto la stabilità dei prezzi, ma di concerto anche il perseguimento della crescita.

d) di attuare l’impegno preso in sede di Trattato di istituire “una cittadinanza dell’Unione” che sia espressione della parità “dei diritti e degli interessi dei cittadini” europei;

e) di rafforzare come stabilito una “stretta cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni”;

f) di sviluppare il necessario “acquis comunitario, (…) al fine di valutare (…) in quale misura si renda necessario rivedere le politiche e le forme di cooperazione instaurate (…) allo scopo di garantire l’efficacia dei meccanismi e delle istituzioni comunitarie”.

Questi ultimi punti sembrano spingere in direzione di una maggiore integrazione culturale dell’Unione, sulla scia dell’integrazione economica sopra auspicata. Si spera tuttavia in una parità dei diritti e degli interessi dei cittadini europei: un messaggio indiretto alle imposizioni e allo strapotere degli Stati del Nord. Si spingerà per restituire agli Stati il potere d’intervenire in quei settori che non possono essere gestiti a livello comunitario.

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Più che un tentativo di sganciarsi immediatamente dall’Europa (come molti movimenti sovranisti extraparlamentari quali Casapound, il Partito Comunista e in parte Potere al Popolo auspicano), una tale impostazione trae la sua forza dal tentativo di equilibrare l’Europa, restituendo all’Italia un ruolo dinamico e propositivo: tentativo in extremis di salvare il salvabile o mina vagante prima del crollo dell’Eurozona? Impossibile fare previsioni.

Di certo resta un aspetto interessante da considerare: e cioè che, con le dovute limitazioni ideologiche, senza eccedere nell’entusiasmo e con qualche critica velata di sottofondo, l’incontrollato attacco mediatico nazionale ed internazionale al nascente governo sovranista o presunto tale, sta suscitando solidarietà e comprensione da forze politiche extraparlamentari radicalmente divergenti. Da Risorgimento Socialista (parte di Potere al Popolo) a Casapound, passando addirittura per il Partito Comunista di Rizzo; quest’ultimo pur non simpatizzando per nessuna delle due forze politiche sembra aver compreso come sia più importante l’opposizione all’ordine neo-liberista dell’Eurozona. Questa solidarietà sovranista è forse ciò che maggiormente potrebbe proiettare l’Italia verso la sua Terza Repubblica.