Fungere da procacciatore di talenti è attività ardua nell’Italia contemporanea. Soprattutto, quando i requisiti di selezione non sono nemmeno così esigenti e stringenti come un tempo. La politica, la letteratura, il cinema, la tecnica ingegneristica ed architettonica, lo studio empirico di una scienza, sono ormai alla perenne ricerca di un’autorevolezza che sappia rispondere all’odierna emergenza culturale, soccorrendo una situazione così accidentata. Parimenti, però, gli osservatori non brillano per acume e sensibilità verso il culturalmente avvenente: basti pensare all’ebetismo degli applausi di Matteo Renzi ad ogni singola parola di Barack Obama, nell’evento di martedì a Washington. Un inciso, tra parentesi: la Casa Bianca è stata nuovamente il palcoscenico preferito dalle istituzioni governative romane per ricordare quanto l’Italia sia ben concentrata ordinariamente a rispettare i dettami statunitensi nella maniera più servile possibile. Ancora più esilarante è stato aver appreso che il Presidente del Consiglio e la consorte sarebbero stati accompagnati da una delegazione nominata proprio da Capo di Palazzo Chigi: un gruppo di otto personalità che fosse in grado di sintetizzare l’incommensurabile potenziale del genio italiano e di sfoggiarlo sul parterre più ambito e prestigioso della diplomazia mondiale. Evidentemente, come gli si concerne, Renzi ha colto l’ennesima occasione per spolverare la sua superficialità nello sviluppo di qualsiasi azione che lo veda coinvolto primariamente o collateralmente.

Il selfie di "Bebe" Vio con Barack Obama pubblicato sul Instagram

Il selfie di “Bebe” Vio con Barack Obama pubblicato sul Instagram

L’ex sindaco fiorentino scende dal personalissimo aereo di Stato a braccetto con una vulgata di curricula che viene presentata come sintesi perfetta delle qualità nostrane: un misto talmente mal composto e alla rinfusa, che addirittura nasconde la lucidità di alcuni personaggi meritevoli di ammirevole considerazione. Su tutti, Raffaele Cantone: esponente di spicco della magistratura italica, al quale sono state affidate le più scottanti e scomode gestioni degli eventi di richiamo delle recenti annate – EXPO in primis -, perché ne salvaguardasse integrità legale e trasparenza. Di seguito, Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e poderoso segnale avverso alla negligenza istituzionale capitolina e alla vergogna della speculazione politica sul migrante -trasversalmente parlando: da Salvini alla Boldrini -, quali mosse migliori per evitare il sacrifico di un’accoglienza razionale e non assistenzialista. In rapida successione, poi, Fabiola Gianotti e Bebe Vio, al secolo Beatrice Maria: la prima è a capo della Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare – il cosiddetto CERN – ed è circondata da elevatissimi onori scientifici per gli approfondimenti chimicofisici, e la seconda è Oro paraolimpico di Scherma, e sta godendo di una larghissima fama per essere stata definita simbolo di determinazione, a fronte della disabilità contro cui combatte quotidianamente. Augurandole, per giunta, che i riflettori delle cronache non la inghiottano in un turbino di mondanità e chiacchiericcio da dove potrebbe essere complesso uscire eticamente illesi. Infine, troviamo Paola Antonelli, curatrice dipartimentale del MoMa di New York, e millesima dimostrazione di affidabilità tecnica del Bel Paese.

Nel nostro panorama giornalistico-editoriale c'è solo un'unica rivista che narra il genio italiano. Si chiama Il Bestiario e l'abbiamo ideata un anno fa contro ogni logica commerciale

Nel nostro panorama giornalistico-editoriale c’è solo un’unica rivista che narra il genio italiano. Si chiama Il Bestiario e l’abbiamo ideata un anno fa contro ogni logica commerciale

Proseguendo, altresì, la metà dei nomi presentati rasenta l’approssimazione, è un insulto alla gloria del passato, e offusca l’immensità delle figure succitate. La stampa si è preoccupata di raccontare Armani, Sorrentino, e Benigni – che continua ad essere ammantato dal velo pietoso stesogli sul capo dopo il manifesto sostegno alla riforma costituzionale -, senza soffermarsi sul privilegio di Barack e Michelle ad ospitare una fulgida unità del nostro potere giudiziario, un esempio di solidità amministrativa nel dramma sociale dell’immigrazione, una luminare intercontinentale della Fisica, un’atleta iridata – a cui va concessa l’attenuante della giovane età e di un’improvvisa visibilità, sperando non le si annebbi la purezza d’animo che sta mostrando di possedere -, e una garante dell’arte moderna. Eccezion fatta per quest’ultimi, che fuggono dalle luci della ribalta nonostante gli immensi contributi professionali offerti, il resto dei profili non regge propriamente il confronto con la corazzata intellettuale che ingigantì il concetto italiano di ingegno e di cultura a livello internazionale, nella metà del Novecento: Gabriele D’Annunzio, Adriano Olivetti e Giovanni Gentile si indignerebbero a vedere percorrere inopportunamente il loro solco da Roberto Benigni, Paolo Sorrentino e Giorgio Armani. E a ragion veduta, si oserebbe dire.