Nella rappresentazione dell’immigrazione presso i grandi media esiste una retorica tutta incentrata sulla figura del migrante. Egli è un soggetto idealizzato, che viene fatto corrispondere alla concezione ideologica dell’osservatore e muta al mutare di quest’ultimo. Per la “destra” egli è il clandestino, il cui retroterra culturale e il cui modo di vita sarebbero incompatibili con quelli italiani. L’immigrato, secondo questa visione, o alimenta la criminalità e situazioni di illegalità, oppure è incapace di adattarsi agli usi e ai costumi locali, sopravvivendo in modo parassitario grazie a rendite garantite dallo stato. A “sinistra”, invece, esiste una visione romantica del migrante. Questi viene visto come una sorta di “buon selvaggio”che fugge da paesi incivili e arretrati, sconvolti da “dittature” o da guerre, per costruire un esistenza migliore e che, armato di qualità e di virtù superiori a quelle degli italiani, accetta qualsiasi condizione di lavoro che l’italiano colpevolmente (sempre secondo questa rappresentazione) rifiuta.

Entrambe queste rappresentazioni sono profondamente condizionate dall’ideologia di chi la esprime e dalla narrazione mediatica sensazionalista o sentimentalista (a seconda del target di pubblico al quale si rivolge). Ma in tutti e due i casi ciò che prevale è il giudizio impulsivo fondato più sull’empatia o l’antipatia personali affidata a eventi contingenti (o veicolata dai media presso l’osservatore inconsapevole) che su un’analisi razionale. Lo sguardo è concentrato sugli individui, immigrati o autoctoni, caratteristica questa assunta dalla cronaca nera, che molto spesso tende a “etnicizzarsi”.

In ogni caso ad essere visibili sono soltanto gli effetti, quale che sia il modo di interpretarli. Per i pessimisti xenofobi gli stranieri porterebbero solo disordine e criminalità e sarebbero ingiustamente privilegiati. Per i romantici xenofili essi sarebbero le fondamenta della futura società multiculturale, un’utopia cosmopolita dove tutti i popoli convivranno in armonia “mescolandosi” tra loro. La soluzione, spesso l’unica soluzione, avanzata dagli immigrazionisti è l’apertura indiscriminata delle frontiere, quando non la loro l’abolizione – utopia (o distopia) che sembra oggi potersi realizzare grazie all’Unione Europea e ai trattati intercontinentali. Già ampiamente indeboliti per ciò che riguarda i traffici di merci e i movimenti di capitali (sui quali nessuna delle due fazioni, da Salvini a Vendola, pare aver nulla da dire) i confini andrebbero dunque cancellati o ridimensionati anche per ciò che riguarda lo spostamento di esseri umani. Gli xenofobi, invece, prospettano il blocco dell’immigrazione e l’innalzamento dei ponti levatoi quale sinistra ma unica possibilità di salvezza per l’Occidente assediato. Ricetta fortemente irrealistica, visto che nessuno stato contemporaneo lo ha mai realizzato, eccetto la Germania nazista, ovviamente. Bloccare qualsiasi ingresso, sia legale che illegale, presupporrebbe un controllo totalitario della società che i governi non hanno, uno stato di polizia permanente da romanzo fantapolitico.

Ma dove è finita, in tutto questo, l’indagine sulle cause? Certo, si dice che le guerre e le carestie comportano queste ondate di migrazioni, ma non è ben chiaro come collocare questi fenomeni, quasi considerati al pari di catastrofi naturali inevitabili e alle quali non è possibile opporsi.

I romantici insistono sulla retorica dell’“accoglienza” la quale può essere un lenitivo e un atto etico individuale, ma non certo un modo di affrontare una questione sociale a livello politico. Altri, elogiano l’Odissea dei migranti come primo passo per la scalata sociale che li porterebbe alla conquista di un meritato benessere economico e integrazione nella vita lavorativa: ma in questo caso si tratta di una soluzione individuale per un problema collettivo, tra l’altro ispirata a un vago darwinismo sociale secondo il quale “i migliori” avrebbero la possibilità di affermarsi, mentre tutti gli altri resterebbero falciati dalla selezione del mercato globale, o prima ancora, dal mare.

I pessimisti ripetono ipocritamente lo slogan dell’“aiutiamoli a casa loro” senza che sia ben chiaro in cosa consisterebbe questo “aiuto” (e quando gli occidentali dicono di voler “aiutare” altri popoli la storia insegna che non c’è da fidarsi) che si sono ben guardati dal preoccuparsi di offrire quando ne hanno avuto la possibilità, come i leghisti negli anni dei governi di centrodestra. Del resto neanche il centrosinistra può rivendicare coerenza tra parole e azioni, avendo, malgrado tutta la retorica parrocchiale e lacrimevole che ha fatto, sdoganato per primo i lager per immigrati, centri di permanenza o di identificazione, a seconda delle varie diciture, rafforzati poi dai loro successori.

Ma questa retorica dell’“aiuto” esprime una mentalità di tipo colonialistico e non meno fuorviante di quella dell’“accoglienza”. Gli evoluti paesi europei magnanimamente elargirebbero parte delle loro risorse per risollevare i popoli in difficoltà. Come se il lavaggio delle coscienza della “beneficenza” possa incidere in qualche modo sulle dinamiche socio-economiche di paesi al collasso. In fondo, questa retorica dell’“aiuto” non è che la versione edulcorata di quella dell’“accoglienza”. Si tratta, in ambedue i casi, di carità e nulla più. Due modi simili per riservare agli altri popoli le briciole, mascherate da aiuto umanitario in modo da tacitare le coscienze dei popoli “civili”. Due facce della stessa medaglia che nascondono le enormi responsabilità di tutti i paesi più forti economicamente. Italia compresa. Le guerre, le carestie, le miserie, di cui soffrono le terre da cui partono i migranti che vediamo affollare le nostre coste, sono generate dal neocolonialismo e dall’imperialismo occidentali. Le multinazionali europee e nordamericane comprano materie prime a basso prezzo, ottengono dalle colonie di fatto manodopera a bassissimo costo da cui ricavare superprofitti con le vendite in patria. Il benessere di cui l’Occidente ha goduto e gode ancora oggi, è il risultato del trasferimento di ricchezze dal “sud” al “nord” del mondo.

I governi locali che hanno cercato di opporsi alla depredazione occidentale sono spesso stati rovesciati attraverso colpi di stato; che siano militari o “morbidi” non fa differenza. L’Italia in questo, con il suo colonialismo straccione, ha giocato la sua parte. Ha supportato lo smembramento della Jugoslavia e la guerra in Kosovo, a tutto vantaggio degli interessi tedeschi; ha contribuito al caos mediorientale partecipando alle spedizioni in Afghanistan e in Iraq; ha sostenuto francesi e americani nel rovesciamento del governo libico di Gheddafi. Nessuno dei maggiori partiti politici italiani allora esistenti può dire di esserne estraneo, avendo votato in Parlamento se non tutte sicuramente alcune di queste “missioni umanitarie”. Che tutto ciò avvenga sotto il vessillo della NATO, delle Nazioni Unite, o della “democrazia esportabile” a stelle e strisce è una differenza di poco conto. La sostanza è che le migrazioni sono l’esito necessario del colonialismo e dell’imperialismo di Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Le risse verbali tra “accoglienti” e “aiutanti” sono l’indecente contorno del massacro e dello sfruttamento sistematici di interi popoli. Sono costruiti sulla pelle non solo dei migranti, ma di tutti i loro paesi, di chi può fuggire, ma anche di chi non può e di chi invece deve. L’unica maniera per aiutare i migranti non è nella forma caritatevole e ipocrita della beneficenza a casa loro o a casa nostra, ma ponendo fine alle pratiche colonialiste e imperialiste che sono le reali cause dello spostamento massiccio di esseri umani nella nostra epoca.

Lo sfruttamento, la rapina economica, le guerre sono effetti del sistema capitalistico occidentale e pertanto sono ineliminabili finché quest’ultimo continuerà ad esistere. Occorre perciò, se si vuole affrontare seriamente la questione migratoria, ripensare radicalmente il modello sociale di produzione vigente affermatosi universalmente: bisogna archiviare il pregiudizio dell’ineluttabilità del capitalismo e della società di mercato, cosa che tanto i sedicenti amanti dei migranti, quanto i presunti difensori della patria si guardano bene dal fare.