di Alessio Sani

Una delle prime definizioni del termine MacGuffin si deve ad Alfred Hitchcock, che chiaramente fu anche uno dei primi a farne un uso cinematografico di massa. Il MacGuffin è il pretesto che permette alla storia di dipanarsi, un espediente narrativo spesso privo di un reale significato, o del quale lo spettatore non viene a conoscenza. A volte, può semplicemente essere una scusa per raccontare alcuni personaggi, come un affresco di uno scorcio di società che il regista è in vena di ritrarre, come il tappeto del Grande Lebowsky.

Nella grande tragedia della politica italiana il MacGuffin sono le riforme. Da fare, sempre ed esclusivamente, in situazione di emergenza, sperando in tal modo di evitare un’altra futura emergenza che puntualmente arriva, rimettendo in circolo il mantra delle riforme. La natura concreta, di queste riforme, spesso sfugge ai più, per lo meno nella fase della loro progettazione. A salvare i prodi mestieranti che dovrebbero impersonare gli interessi comuni del Paese dalla loro mediocrità di solito arriva a questo punto il vincolo esterno, nella figura del tecnico. Il dibattito è praticamente assente. Dal governo Monti ad oggi, coalizioni più o meno bipartisan hanno predicato e in parte realizzato riforme praticamente mai realmente in discussione negli aspetti fondamentali, nel pensiero sociale in esse sotteso.

E’ uno schema tragico che in realtà presenziò immancabilmente anche nella Storia della politica italiana, pur andando intensificando le sue apparizioni nel tempo. Anche la scomparsa del dibattito, della fase critica, di analisi, del problema è avvenuta gradualmente. Il vero cambio di rotta fu rappresentato dagli shock petroliferi degli anni ’70. L’incapacità del sistema di rispondere ad uno shock esogeno come l’improvviso aumento del prezzo delle materie prime per una scelta politica sancì un cambio di paradigma culturale. Invece di cercare di risolvere quel particolare problema strategico, la difficoltà di approvvigionamento di fonti di energia e il suo conseguente alto costo, o forse per l’impossibilità di una soluzione politica alla luce del contesto internazionale, si preferì voltare completamente pagina. L’enigma della stagflazione segnò la morte del capitalismo di stato italiano. Il divorzio Tesoro-Bankitalia fu la prima riforma in tal senso. La conseguente esplosione del debito pubblico fu un disperato tentativo di reazione dello Stato che se non altro prevenne, per almeno un ventennio, l’esplosione del debito privato.

Era la fine di quel sistema atipico nell’Occidente che era stata l’Italia del boom economico. Imperniato sull’Iri, il sistema delle partecipazioni statali era arrivato in certi momento a costituire oltre il quaranta per cento del valore del mercato azionario del Paese. Certo, i difetti erano numerosi, in primis il grande potere in mano ai partiti, ma il capitalismo di stato ne nascondeva di ben più gravi perché strutturali. Agendo direttamente nell’economia lo Stato si trovò a garantire la sopravvivenza di settori che il mercato avrebbe spazzato via o fortemente compresso. Che l’abbia fatto per attivo interesse strategico o per bassi fini clientelari, da questo punto di vista non ha importanza. Ad esempio, il siderurgico in Italia è intrinsecamente svantaggiato rispetto ad altre aree geografiche per la carenza delle materie prime necessarie e per l’alto costo dell’energia, che incide percentualmente in maniera più rilevante in questo settore che in altri. Senza lo Stato, le aziende siderurgiche italiane non possono esistere in un regime di libero mercato. E questo significa, al di là di eventuali interessi strategici, perdere competenze, tecnologia, sapere e anche posti di lavoro. Le ricadute su altri settori possono essere rilevanti.

Il MacGuffin delle riforme fa di nuovo la sua comparsa nel ’92, col Trattato di Maastricht, il Governo Amato, le grandi privatizzazioni e i primi attacchi alla “rigidità” del mercato del lavoro. Inizia lentamente l’era della precarizzazione. Occorre più competitività, perché ci si è accorti che dopo il forzato disimpegno dello Stato i privati non sono subentrati come avrebbero dovuto perché le prospettive di crescita non sono sufficientemente buone, la produttività è bassa e i salari sono alti. Le riforme sono state così efficaci che l’Italia ha mantenuto, dal ’97 a oggi, uno dei tassi di crescita più bassi dell’area OCSE. E la risposta è sempre la stessa, meno Stato e meno tutele al Lavoro, per invogliare il Capitale privato ad investire in Italia.

Intanto, i veri problemi strutturali della nostra economia non trovano spazio, neanche tra una riforma e l’altra. Il divario Nord-Sud si è acuito. Sul piano energetico abbiamo perso il South Stream, forse arriverà il Tap, ma i rapporti con la Russia non sono buoni e della Libia è meglio non parlare. Paghiamo poco le materia prime grazie all’Euro ma anche i prodotti finiti e i servizi, così il disavanzo commerciale è diventato insostenibile e per riportarlo in pareggio si son dovute comprimere le importazioni riducendo i consumi, in sostanza i salari. La disoccupazione ha carattere sistemico, così come il debito pubblico. Lo Stato spende troppo in trasferimenti e niente in ricerca e sviluppo, le infrastrutture stanno segnando il passo (siamo 54esimi al mondo per velocità di connessione internet). Manca quasi completamente il settore del digitale, delle tecnologie connesse all’informatica.

Questi sono i temi che le riforme dovrebbero affrontare, invece sono state relegate al triste ruolo di espediente narrativo. La storia è già vista, una lenta decadenza che mette in scena mestieranti più o meno bravi ad indorare la pillola.