Due eventi interessanti sono accaduti negli scorsi giorni. Da un lato l’anniversario della caduta del muro di Berlino, dall’altro la manifestazione del centrodestra in piazza a Bologna. Due eventi apparentemente molto diversi tra loro ma che ci permettono di formulare una analisi un po’ più complessa.

Se da un lato il florilegio di commenti entusiastici della stampa Mentalmente Aperta e lib-dem sulla caduta dei muri, dei confini e sulla costruzione di Ponti e Arcobaleni ci può far capire quanto siano distanti la sinistra italiana ed europea non da una costruzione, ma anche solo da una ripresa di tematiche realmente socialiste, dall’altra la contromanifestazione felsinea organizzata dai centri sociali, con il suo corredo di orpelli post-ideologici senza alcun senso, ci fa definitivamente rendere conto che anche nei movimenti più accesi e a prima vista più rivendicatori vi sono una povertà concettuale e una incapacità di analisi sconcertanti.

Per chiunque non sia obnubilato da un anticomunismo malsano e non appiccichi l’etichetta di “comunista” ad ogni essere fuoriuscito da un centro sociale o ad ogni contestatore del centrodestra, verranno subito in mente le parole di Costanzo Preve, il quale già diversi anni fa definiva i centri sociali come guardie gratuite del clero intellettuale di sinistra. Ed è proprio cosi, perché il messaggio e la prassi di questi lidi politici si basano sulle stesse questioni di lana caprina che i loro colleghi in giacca e cravatta ripetono in parlamento, o in qualche accondiscendente studio televisivo. Dal culto laico del migrante alla liberalizzazione di qualsiasi distrazione consumistica, dall’antifascismo sterile e sistemico alla lode al meticciato, dalle onnipresenti cacofonie in lingua inglese fino alla distorsione postumana e putidamente borghese del gender e dei suoi lidi affini.

L’armamentario di questa distopia ideologica è ben chiaro, e non ha nulla a che fare con quello di un socialismo realmente cosciente dei propri scopi e coerentemente applicato. Non ha nulla a che fare con un Regis Debray, con il Che Guevara del “Patria o muerte”, ma pure il messaggio marxista dell’esercito industriale di riserva, che oggi viene sacrificato sull’altare dell’onnipresente antirazzismo di facciata, così che basti farsi un selfie con un immigrato siriano per dimenticarsi delle altre decine di migliaia di presunti profughi, che finiranno a competere al ribasso con i lavoratori autoctoni spartendosi le briciole del grande padronato, contribuendo così ad una de-sindacalizzazione sempre più pressante.

Se la completa divergenza tra la prassi tutta italiana e occidentale della “cultura da centro sociale” e il messaggio socialista e marxista appare evidente, bisogna avere il coraggio di staccarsene completamente se si vuole costruire una alternativa politica e sociale davvero improntata all’egualitarismo economico. Il mare magnum (e non nostrum) di spazzatura che i partiti di sinistra hanno incamerato nei decenni è spaventevole. Un sacco di battaglie totalmente sistemiche spacciate per necessità immediate, dai diritti civili allo ius soli, fino all’idealizzazione del sistema democratico, in un percorso che pare non lasciare spazio ad una alternativa reale, capace di rovesciare anche le forme mentali che ci hanno portato in questa spirale degenerativa.

Se oggi il messaggio socialista vuole ripartire, pure slegandosi da certi orpelli ormai inutili, deve avere il coraggio di rompere con la tradizione del contenitore forzatamente “di sinistra”, sapendo intercettare un consenso trasversale, che sappia coagulare la classe lavoratrice italiana in un messaggio spiccio, comprensibile ai più e popolare. Ponendosi come forza non solo alternativa, ma altresì nemica della logica da fattone ciabattaro e da Bob Marley da stazione centrale, una forza di classe, operaista e realmente socialista farà un investimento che negli anni a venire sarà fondamentale e ampiamente ripagato dalla vicinanza che il ceto produttivo le saprà assicurare, tornando a renderla finalmente credibile e in linea con gli interessi dei lavoratori a tutto campo, e non con quelli di una gioventù annoiata e desiderosa di emozioni forti. Nell’era dell’annullamento del potere dello stato-nazione, deve tornare a farsi fortemente statalista, e strenua protettrice del confine statale, inteso come barriera amministrativa in grado di difendere da una globalizzazione che mostra una ferocia senza pari contro le tutele del lavoro, a tutto vantaggio di gruppi finanziari e multinazionali.

Riscoprire l’utilità e la validità dei confini, delle barriere e di un mondo multipolare fa parte del corredo genetico socialista, a differenza di chi vorrebbe spalancare il mondo ad una idea di cosmopolitismo tanto assurdo quanto dannoso. Cosmopolitismo nel quale a trionfare non sono certo le idee dell’internazionale socialista, bensì gli interessi dei grandi gruppi economici e le mire espansionistiche dei gendarmi del mondo a stelle e strisce, sempre pronti a cavalcare la dabbenaggine semi-colta per ottenere un avallo morale alle proprie esportazioni di democrazia in giro per il globo. Rendersene conto è il primo passo, così come staccarsi dai falsi amici, che diventano poi i nemici più infingardi e pericolosi, gli stessi che in questi anni sono stati capaci di infarcire dei contenitori che furono socialisti di battaglie utili solo a confondere le acque e ad alienare consensi.