I caroselli improvvisati con vessilli arcobaleno e propositi di giubilo – a cavallo di 48 ore di rara inconsistenza dibattimentale -, si scoprono essere consanguinei con il folclore che il carnevale porta in dote. In fondo, la meraviglia suscitata da un trattore che traina un mausoleo di cartongesso, s’accoppia alla consapevolezza della plasticità di un evento politicamente catastrofico. L’esperimento dell’azzeccare garbugli – senza il minimo criterio di legittimità costituzionale e giuridica – è alla base della logica liberal-dem-progressista di chi vuole contorcere la naturalità della biologia, sino a stravolgerne gli elementari paradigmi. Matteo Renzi e l’armata Brancaleone di Palazzo Chigi hanno steso la sceneggiatura migliore per decretare il loro totale distacco dalla realtà socioeconomica italiana. Per giunta, agevolando l’avanzata di un’inarrestabile valanga di violenza intellettualoide.

A destare il sospetto di un’occulta combutta fra l’inettitudine acritica delle istituzioni e la delinquenza culturale dell’associazionismo LGBT, c’ha pensato il voto di fiducia sulle unioni civili voluto dal Governo, palesemente orientato verso la difesa di una ristretta cerchia di interessi. Le riflessioni scorrono a fiotti alla presa visione del risultato, e dei conseguenti festeggiamenti: un plebiscito di ridicolo arrivismo, che offusca l’urgenza della serietà. Nelle distese di coccarde e fronzoli celebrativi, la diligenza delle istanze popolari inchioda sullo sdruccioloso sentiero dell’ambiguità renziana. Più che coi ghigni della Boschi e di Scalfarotto, la comunità italiana si confronta quotidianamente con le critiche circostanze dell’occupazione, con l’andamento lento di un’economia reale sempre più ostaggio della finanza internazionale, e con l’inadeguatezza di una classe dirigente avvolta da un tempismo imperfetto.

Mentre i trombettieri del pensiero unico chiamano a raccolta il pattume del conformismo – in piazze ricolme di retorica fumosa e di starnazzante partigianeria -, l’affanno del Tricolore si accentua, ed ansima sulle sciagure di uno Stato sociale ridotto al lumicino dalle litanie dell’omologazione. Renzi, Cirinnà, Luxuria, e la Concia, officiano il trionfo dell’assurdo – contrabbandato per necessario -, fra le macerie di un Paese in panne: aggredito dalla precarietà, oppresso dalle diseguaglianze, e assalito dal lobbismo. Piuttosto, si pensi a salvare il salvabile: etero, o omosessuale che sia.