Lo hanno chiamato “prelievo di solidarietà”. La Consulta non ha trovato nulla da obiettare sul taglio delle pensioni “d’oro” previsto dal governo Letta e su cui ora la Corte si è pronunciata favorevolmente. Ma ciò che è problematico non è il taglio in se stesso che riguarda i redditi pensionistici più alti, quanto la motivazione addotta e lo scopo a cui sarebbe destinato.
Si tratterebbe di una “solidarietà intergenerazionale” che dovrebbe garantire le pensioni future e non solo quelle attuali. Ciò tradisce un malinteso nel funzionamento del sistema pensionistico e dell’economia in generale.

Solitamente infatti, come nel caso in questione, si concepiscono le pensioni come un problema di fondi. Quante volte si sente ripetere l’obiezione “non ci sono soldi!” (quasi che ci fosse un albero degli zecchini d’oro, come nella celebre favola di Pinocchio)? La mancanza di fondi giustificherebbe i cosiddetti “contributi di solidarietà” (o di austerità, come sarebbe più corretto chiamarli). In realtà le pensioni presentano tutt’altro problema, la spartizione della ricchezza prodotta tra la popolazione attiva che ancora lavora e quella inattiva. La ricchezza non sono i soldi che crescono sugli alberi, ma tutto ciò che viene prodotto dal lavoro. Il lavoro deve “pagare” non solo i lavoratori ma anche i pensionati. Sebbene ci hanno indotto a credere che le pensioni siano i contributi accumulati per la vecchiaia, esse invece rappresentano la quota di ricchezza prodotta dai lavoratori e destinata ai pensionati. I pensionati non producono nulla. Non esiste una grande cassaforte dove essi si riprendono il denaro versato quando lavoravano. La storia che ci raccontano sulle formiche che accumulano provviste per l’inverno non c’entra niente.

Di conseguenza ci sono due ordini di problemi: uno è come dividere la ricchezza tra lavoratori e pensionati; l’altro è produrre ricchezza bastante sia per gli uni che per gli altri. Quest’ultimo è evidentemente il problema principale perché se la ricchezza prodotta è insufficiente qualsiasi disquisizione sul metodo di ripartizione è inutile. Come si può vedere i fondi da cogliere sugli alberi non hanno nessuna rilevanza. L’importo numerico è soltanto una convenzione ed ha un valore meramente convenzionale. Ciò che conta davvero è il lavoro.

Pertanto non ci sono “pensioni future” da garantire oggi, non si può “mettere da parte” per il domani perché la maggior parte dei beni prodotti sono deperibili ed hanno vita breve. I beni durevoli invece sono soggetti a un altra disciplina legale, che è il diritto ereditario, e non hanno nulla a che vedere con quanto trattato. Ma la retorica dello “scontro generazionale” ha alimentato questo mito persuadendoci che i nostri nonni e i nostri padri abbiano “vissuto al di sopra delle proprie possibilità” senza preoccuparsi delle generazioni successive e che se non vogliamo ripetere lo stesso errore dobbiamo “sacrificarci” per i posteri e quindi accettare una consistente riduzione dei nostri redditi.

In realtà, come si è detto, non c’è nessun fondo oggi che potrà garantire la pensione ai nostri figli. Potrà garantirla soltanto il lavoro dei nostri nipoti. Se infatti si tratta di produrre ricchezza sufficiente sia per gli attivi che per gli inattivi il vero disastro per entrambi è la disoccupazione che sottrae loro del redditto (e i lavoratori dovranno lavorare di più per assicurare una parte di ricchezza ai pensionati). Dagli anni Novanta si è deciso di passare dal sistema retributivo a quello contributivo che a dire dei vari governi “tecnici” sarebbe stata la panacea universale. Ma, come era logico che fosse, ciò non ha risolto nulla, perché ha riguardato soltanto la divisione della stessa quantità di ricchezza tra lavoratori e pensionati. Non ha aumentato la ricchezza disponibile e non ha garantito nulla alle generazioni future. La riduzione della disoccupazione è l’unica vera ed efficace politica pensionistica che possa essere attuata. E infatti è l’ultima delle preoccupazioni dei “tecnici” e dell’Unione Europea che si preoccupa di contenere l’inflazione ma non la disoccupazione.

Un altro mito è quello della necessità dei fonti privati. La pensione pubblica non basterebbe a garantire un reddito accettabile quindi bisogna ricorrere alle assicurazioni. Anche questa affermazione è illogica: privatizzare le pensioni non risolve il problema né della spartizione della ricchezza tra attivi e inattivi né quello di produrla. Anzi, lo aggrava, perché con le pensioni private si aggiunge un terzo soggetto da retribuire: i gestori del fondo. Per assicurarsi un profitto, infatti, della porzione di lavoro che serve per retribuire i pensionati essi ne trattengono una parte, che sarà quindi sottratta a questi ultimi, mentre un ente statale non ha alcuna necessità di ricavare un utile e di trattenere alcunché.

Il falso problema della “solidarietà intergenerazionale” serve soltanto a nascondere quello vero di un sistema economico che produce disoccupazione e che, come aveva ben capito Marx, fa di essa un pilastro su cui reggersi. C’è allora tutto l’interesse a mascherarlo dietro altre questioni di poca o nessuna importanza, non solo perché esso richiederebbe un intervento deciso dello Stato e l’abiura della fede nel mercato come regolatore universale infallibile, ma anche perché mette in discussione l’economia capitalistica nelle sue fondamenta.