di Alessio Sani

Ascoltando Matteo Salvini parlare al pratone di Pontida non si può fare a meno di pensare alle difficoltà che il suo progetto politico deve affrontare. Solo il giorno prima un Bossi riesumato dalla naftalina ha approfittato dell’ora d’aria per invocare il vecchio corso, ricordando che la divergenza ideologica tra la Lega padana e il progetto di Lega nazionale è netta. La forza dei voti sta permettendo a Salvini di disinnescare le tensioni interne, ma non sarà sufficiente per superare un ostacolo ben più insidioso. Già due secoli fa Alexis de Tocqueville metteva in guardia contro il pericolo del conformismo nelle società democratiche. Nel saggio “La democrazia in America” l’aristocratico francese evidenziò come la libertà di pensiero in democrazia fosse in realtà apparente, relegata al solo momento di formazione dell’opinione pubblica. La discussione era libera finché la decisione della maggioranza non avesse sancito il pensiero dominante, delineando i limiti praticamente invalicabili del politicamente corretto. Chi avesse tentato di varcarli invece del carcere d’Ancien Regime avrebbe trovato l’emarginazione sociale e politica.

Oggi in Italia il pensiero dominante è costituito da tre dogmi assoluti, ai quali è praticamente impossibile opporsi: l’Unione Europea, la Nato e il Mercato. Chi osa mettere in discussione questi punti fermi è un eretico, un eversivo, un comunista o un fascista. Così il Partito Democratico li segue tutti e tre alla lettera. Dalle ceneri del fu Partito Comunista è nato un Leviatano ferreamente europeista, atlantista e liberista. D’altronde, i tre concetti si sostengono a vicenda, costituendo i presupposti dell’ordine stabilito.

Dal palco Salvini lancia messaggi forti e potenzialmente eversivi specialmente sui primi due temi, ma difetta del coraggio di trarre le conseguenze logiche dei suoi slogan, giustapposti l’uno all’altro in un continuo inveire monocorde ed incapaci di ergersi a pensiero organico. Definisce “Unione Sovietica criminale” l’Unione Europea, eppure già tentenna quando si trova a sostenere l’uscita dall’Euro, parla di “Nato criminale” per lo schieramento di nuove truppe in Est Europa, eppure condanna le sanzioni alla Russia in quanto anti-economiche e non anti-strategiche. L’orizzonte ideologico è intuibile, ma per avere senso va portato alle estreme conseguenze: l’Italia deve riacquisire piena sovranità. Uscire dall’Euro è inutile senza sovranità politica, mancherebbero gli strumenti per impiegare proficuamente la nuova moneta, quindi se si segue questa linea si deve uscire anche dall’Unione Europea. Sostenere Putin significa sostenere un ordine mondiale multipolare, che tra l’altro pare inevitabile e può essere vantaggioso per l’Italia, ma farlo a parole non basta, bisogna uscire dalla Nato.

Se si sceglie questa rotta, allora diventa imperativo abbattere anche il terzo dogma. Probabilmente, oltre al coraggio, a Salvini manca la lucidità per capirne l’intima necessità. Sono le forze del mercato a dirigere la politica (suicida) europea, sono le forze del mercato a fornire all’America gli strumenti di controllo dell’ordine internazionale, sono le forze del mercato a determinare che cosa è politicamente lecito in Italia e cosa no. E qua riappare il vecchio corso della Lega. Anti-statalismo, avversione a qualunque forma di attività pubblica in economia, odio profondo per le tasse. E’ la composizione stessa della base elettorale della Lega a imporre la linea liberista. Piccoli imprenditori, commercianti al dettaglio, artigiani, liberi professionisti, tassisti, le categorie sociali alle quali lo Stato italiano ha dichiarato la guerra fiscale. Eppure, sono gli stessi piccoli imprenditori a dover chiudere per la concorrenza cinese o gli stessi tassisti a tremare di fronte alle liberalizzazioni che finora in Italia ha portato avanti solo il Pd. Salvini deve trovare il coraggio di archiviare con eleganza anche l’ultimo pezzo di Lega padana, conservandone solo la spinta federalista, quella sì auspicabile.

E’ curioso come in parte queste problematiche si riscontrino anche per il Movimento 5 Stelle. Nel programma minimale del Movimento la politica estera non trova neanche quartiere per paura di dividere l’elettorato, eppure le sparate estemporanee di Di Battista fanno pensare che almeno nel Direttorio la Nato non sia troppo ben vista, e neanche le sanzioni alla Russia. La raccolta firme sull’Euro servirà ad iniziare un iter parlamentare che porterà (forse) ad un referendum consultivo. Troppo poco. L’Unione Europea viene spesso attaccata per l’Austerity, eppure il coraggio di appellarsi all’articolo 50 del Trattato di Lisbona anche da questa sponda dell’opposizione latita. Più lungimirante appare la valutazione sul neoliberismo.
Si dice spesso che in Italia si vince coi voti dei moderati, ma quelli sono già tutti di Renzi, l’unica alternativa è trovare coraggio.