La mafia s’insinua dove lo Stato latita, diceva Giovanni Falcone. Il concetto, espresso dal giudice più di vent’anni fa sembra essere, tuttavia, particolarmente attuale. Perché dalla Relazione della Direzione Investigativa antimafia (Dia), trasmessa pochi giorni fa al Parlamento, emergerebbe la particolare vulnerabilità dello Stato in “ampi settori del tessuto sociale, imprenditoriale, amministrativo ed istituzionale alla pervasività mafiosa, esponenzialmente amplificata dalla diffusione di sacche di malaffare nei gangli vitali dell’apparato produttivo e decisionale del Paese.” Insomma, la mafia continua ad essere fra noi, dicono i magistrati e le forze di polizia, ad infestare, in maniera più subdola che mai le istituzioni, il mercato e l’amministrazione del Paese.
La Dia, rivolgendosi al Parlamento, ha lanciato un monito: nell’ultimo semestre del 2014 lo Stato ha fatto un passo indietro lasciando ulteriore terreno fertile alle organizzazioni criminali. Organizzazioni la cui struttura e il cui modus operandi si sono radicalmente modificati, per risultare più competitive sul mercato e farsi notare sempre meno dagli investigatori.

Nascondere i profitti
Dalla relazione è emersa una sempre più marcata tendenza delle mafie alla “dissimulazione dei proventi derivanti da traffici illeciti, al fine di affievolire l’allarme sociale ed evitare inutili, quanto controproducenti, ostensioni di forza”. I magistrati hanno cercato di fare chiarezza sul fenomeno del riciclaggio: le organizzazioni criminali riciclano sempre più spesso “denaro sporco” indirizzandolo verso attività più che lecite, reinvestendo nell’illegalità solo una parte dei loro proventi. Basti pensare che molti dei capitali della ‘ndrangheta sono stati attualmente reinvestiti nel business miliardario del gioco d’azzardo online, con sede a Malta.

L’internazionalizzazione delle mafie
Molte organizzazioni criminali italiane hanno varcato i confini nazionali per assaltare nuovi mercati. Sono in aumento, infatti, i capitali di provenienza mafiosa che fuggono all’estero alla ricerca del giusto affare e del guadagno migliore. “Gli effetti degenerativi causati dalle mafie – si legge sulla relazione- non sono più limitati agli ambiti regionali di provenienza – dove, comunque, le organizzazioni mafiose conservano un profondo radicamento e continuano ad esprimere il proprio potere di influenza e di condizionamento – ma si diffondono e si moltiplicano in aree tradizionalmente considerate immuni da simili fenomenologie criminali, fino a travalicare i confini nazionali ed europei, distorcendo la concorrenza e alterando il funzionamento delle regole di mercato attraverso lo sfruttamento di sistemi legislativi “meno accorti” e l’utilizzo di schermature societarie o di veri e propri trust.”

L’impresa mafia
I complessi ingranaggi dell’imprenditoria nazionale restano fortemente intaccati dalla costante presenza delle organizzazioni criminali. Negli ultimi anni le mafie hanno fatto il grande salto di qualità. Se prima il mafioso era estorsore o socio occulto dell’imprenditore, attualmente sono i boss stessi a condurre le redini delle aziende. Si assiste, infatti, sempre più spesso al proliferare di “imprese a partecipazione mafiosa, nelle quali non assistiamo più al classico paradigma in cui, semplicemente, un mafioso si serve di un prestanome; ora il criminale può, infatti, associarsi ad un imprenditore in modo diretto, ma non formalizzato, costituendo una società di fatto.” Solo lo scorso anno le aziende legate alle cosche calabresi avevano messo le mani su appalti Expo per un valore di 100 milioni di euro circa. Fortunatamente, poi, una quarantina di queste aziende furono interdette dalla Procura di Milano, una volta individuata la profonda “contiguità mafiosa” delle imprese.

Politica e mafia
Non esistono più le intimidazioni di una volta. Attualmente, dice la Dia, si assiste alla “convergenza di interessi e di obiettivi tra ambienti malavitosi e “aree grigie” di taluni contesti amministrativi, politici, imprenditoriali e finanziari.” Il politico non è più sottomesso della mafia, ricattato da quest’ultima, ma diventa primo sodale dei clan. Sempre più diffusi sono, infatti, su scala nazionale “circuiti di malaffare”, frequentati da imprenditori, politici e mafiosi attraverso i quali vengono visibilmente alterate le attività produttive, il mercato e gli appalti.

Di seguito il link della Relazione Dia http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/074/005_RS/INTERO_COM.pdf