Quasi tutto il PD si è schierato a favore del “sì” al referendum sulla riforma costituzionale, una riforma che ha trovato però una nutrita opposizione nel Paese. Renzi ne ha dato una connotazione plebiscitaria, identificandola fortemente con il suo governo e la sua retorica del “cambiamento”, seppure un cambiamento svuotato di qualsiasi accezione realmente progressiva e molto in linea con le tendenze della attuale società. La modifica costituzionale, che appariva inizialmente come un’opportunità per Renzi e i suoi accoliti di aumentare il controllo sul Parlamento, rischia di ritorcersi contro di loro. Nel caso in cui i progetti dell’esecutivo sulla riforma costituzionale dovessero fallire, gli equilibri all’interno di esso e del Partito democratico potrebbero portare a una crisi. Per quanto quest’ultimo appaia attualmente abbastanza compatto nel sostenere il governo e la sua riforma, non si può ignorare la posizione di una figura, forse poco seguita in questo momento, ma certamente autorevole all’interno del suo partito, quella di Massimo D’Alema.

D’Alema, a differenza di altri, si è schierato per il “no” in modo piuttosto netto. Al di là del referendum si può sicuramente dire che egli non sia tra i sostenitori più entusiasti della segreteria del Pd targata Renzi. Un’eventuale vittoria dei contrari alla modifica indebolirebbe il Presidente del Consiglio e rafforzerebbe gli oppositori, non solo quelli esterni, ma anche coloro che all’interno del Pd hanno aderito alle posizioni del Capo del Governo più opportunisticamente e per scelte tattiche che per reale convinzione. È pur vero che – nel Partito Democratico – attualmente non esiste qualcuno capace di porsi alla guida di un filone antirenziano; a parte D’Alema, che è l’unico ad avere non solo la capacità di influenzare buona parte dei democratici meno entusiasti, ma anche l’unico politico autorevole a essersi espresso chiaramente contro la riforma.

Nel caso in cui, quindi, vincesse il “no” – ipotesi tutt’altro che scontata, nonostante i sondaggi, vista la “potenza di fuoco” mediatico che i fautori della riforma scateneranno – gli equilibri della maggioranza potrebbero rompersi. Accanto a D’Alema, infatti, è da segnalare la posizione di un altro protagonista della politica italiana degli ultimi due decenni, Romano Prodi, che ha preferito non esprimersi sul referendum, ma che è rispettato da tutte le anime del partito. Nell’ipotesi di una successione a Renzi, potrebbe, in virtù della sua neutralità, essere la figura in grado di traghettare verso una nuova fase gli iscritti. Chi si aspetta grandi trasformazioni, ovviamente, andrà incontro a forti delusioni. Al di là dei diversi stili comunicativi il Pd resta un partito votato alla destrutturazione dello Stato e alle politiche economiche di stampo liberista.