Studenti che maneggiano smartphone e tablet, insegnanti non presenti fisicamente nelle aule ma che comunicano in videoconferenza, via banchi e lavagne, aboliti completamente i libri, lezioni (ma si chiameranno “laboratori”) soltanto in inglese, progetti e “partnership” con aziende e istituti stranieri. Sembra un romanzo di fantascienza e invece potrebbe essere la scuola di un futuro non molto lontano.

Non è soltanto con il tecnologismo esasperato che gli “innovatori” della scuola vogliono riformare, o meglio stravolgere, il sistema educativo, ma anche con i metodi. “Lezioni rovesciate”, dove l’insegnante fornisce il materiale, soprattutto video, agli studenti per l’apprendimento autonomo. I ragazzi si spostano nella scuola da una lezione all’altra, in perfetto modello anglosassone. Il punto fondamentale è l’abolizione della centralità dell’insegnante e del libro, sostituito dalla tecnologia, dall’immagine e dal feticismo della novità. Lezioni interrotte da pause ogni dieci minuti, come a Brindisi, IPad per tutti, come in una scuola di Vercelli dove ogni allievo è stato fornito di tablet, ovviamente rigorosamente griffato Apple (e già si può immaginare il potenziale giro di affari per le grandi società produttrici di hardware e software); la fantasia sfrenata dei pedagogisti, dalle riforme degli anni Novanta che hanno per la prima volta intaccato seriamente il sistema tradizionale, è ormai illimitata. Alla parola scritta dovrà sostituirsi il video, forma di comunicazione più immediata e attrattiva, perché la scuola dovrà correre. I promotori dei nuovi metodi assicurano risultati brillanti, anche se non si comprende cosa questi risultati misurerebbero: forse più che la conoscenza dello studente le sue “prestazioni”, la sua adattabilità a un sistema sociale che richiede rapidità, brillantezza, immediatezza e improvvisazione.

Ovviamente per completare l’avveniristica scuola della post-modernità non possono mancare le lingue straniere e in particolare l’inglese. Migliorare la conoscenza della propria lingua madre non è evidentemente nei piani del Ministero. A cosa può servire l’italiano nel mondo globalizzato? Meglio “convertire” una lingua letteraria in una più agevole e immediata, anglicizzandola e importando o adattando le espressioni straniere dell’informatica, di internet e dell’economia, cosa che ormai sembra essere accettata anche da molti linguisti. Anzi, l’italiano dovrà essere completamente soppiantato e già oggi una materia non linguistica viene insegnata in lingua straniera.

Gli insegnanti dovranno presto adeguarsi. Dovranno sconvolgere gli approcci educativi e il rapporto con gli studenti, ma saranno anche costretti ad affrontare un improbabile aggiornamento delle loro “competenze professionali”. Un insegnante di italiano non sa usare un tablet? Impari. Un docente di matematica non conosce l’inglese? Impari, perché dovrà padroneggiarlo per insegnare la sua materia. Nessuno dei grandi sperimentatori della “scuola 2.0”, come amano chiamarla, sembra preoccuparsi della difficoltà che incontreranno nell’adattarsi ai continui stravolgimenti e alla assurda pretesa di far svolgere un compito fuori dalla loro portata e al di là delle loro conoscenze. Sembra piuttosto probabile che gli allievi non impareranno né la materia, né la lingua straniera, né quella italiana.

Da un lato i docenti italiani devono continuamente rincorrere la follia innovatrice dei pedagogisti, dall’altro si troveranno esautorati del loro ruolo, della loro figura autorevole e di “guida” che dovrà essere soppiantata dalla tecnologia impersonale e dal “lavoro di gruppo”, espressione ingannevole che andrebbe invertita, preludendo ai “gruppi di lavoro” delle grandi aziende, vero scopo di un’istruzione del tutto finalizzata a integrare l’individuo nel processo economico (e di escluderlo qualora non voglia o non riesca e farlo). I fautori dell’educazione fantascientifica sostengono che i loro metodi stimolino la fantasia e la creatività, ma hanno eliminato il momento della riflessione, della meditazione; daranno forse ai discenti le migliori tecnologie ma hanno loro sottratto la risorsa più preziosa, il tempo, sia quello di studio, di maturazione, o di svago. I ragazzi verranno rimbalzati dalle aule-laboratorio aperte a tutte le ore del giorno, dove dovranno interagire con una variegata serie di materiali, ai gruppi di lavoro, dai progetti “multidisciplinari” alla rete internet e alle colorate immagini dei loro schermi ad alta definizione, dallo sport ai viaggi Erasmus. In tutto questo nessuno si chiede quando uno studente trovi il tempo per quel processo di elaborazione interiore, per la maturazione delle proprie attitudini e passioni, per leggere un’opera letteraria, contemplare un dipinto, macerarsi nella ricerca di una singola parola piuttosto che accontentarsi del primo termine anglofono, elaborare i propri pensieri e le proprie emozioni. Si è convinti, nella multiforme e frammentata epoca post-moderna, che moltiplicando gli stimoli si moltiplichino anche le risposte. Ma la stimolazione eccessiva, la sovreccitazione può portare all’atrofia. Si vuole apparire amici dei giovani ma non si ha nessuna fiducia in loro, li si deve bombardare con artifici pirotecnici e invenzioni originali pensando che diversamente non imparerebbero o sarebbero comunque svogliati. Così, forse, le “prestazioni” potranno soddisfare gli standard dei tecnici ministeriali e dei pedagogisti e sicuramente sarà il modo migliore per ottenere una generazione di produttori e consumatori. Non certo, però, di cittadini consapevoli e di persone equilibrate.