Foodora è una start-up dell’impresa tedesca Rocket Internet presente da oltre un anno anche in Italia con il suo servizio di cibo a domicilio. La piattaforma online si regge sui km macinati in bicicletta ogni giorno da decine e decine di fattorini distinguibili dalle pettorine rosa. In queste ultime settimane, l’azienda tedesca ha ottenuto una visibilità nazionale di cui avrebbe fatto volentieri a meno, a causa dello sciopero annunciato dai suoi fattorini torinesi, il primo di lavoratori di una start-up. Nel comunicato diramato alla stampa , i riders rosa lamentano di ricevere uno stipendio da fame in cambio di un lavoro pericoloso che li sottopone quotidianamente a rischi del traffico e a turni massacranti, senza coperture e con l’obbligo di provvedere da soli ai costi del mezzo e del cellulare. La dura presa di posizione dei lavoratori si conclude con un’esortazione a boicottare l’azienda e a segnalare il dissenso sui canali ufficiali. Un invito raccolto da centinaia e centinaia di persone in questi giorni tanto da far approdare il caso in consiglio comunale a Torino e sulla scrivania del ministro Poletti che ha disposto una visita degli ispettori presso la sede torinese della start-up. I fattorini, in particolare, contestano la decisione della Foodora di passare dai 5 euro l’ora garantiti fino a settembre, alla retribuzione a cottimo di 2 euro e 70 centesimi a consegna.

Il problema è che il rapporto di lavoro che lega i fattorini all’azienda tedesca, dal momento che la loro si presenta come una prestazione autonoma, rientra nella categoria dei famigerati contratti co. co. co. (collaborazione coordinata continuativa) per i quali è difficile stabilire i parametri di equo compenso. Il caso Foodora smaschera uno degli aspetti più contraddittori del Jobs Act: l’eliminazione del contratto a progetto prevista dalla legge renziana, non ha significato di conseguenza l’estinzione delle collaborazioni coordinate e continuative in generale. Non solo, ma, come spiega l’avvocato giuslavorista Maria Vinciguerra, con il decreto attuativo del Jobs Act sul riordino dei contratti è stata abolita la norma della Riforma Fornero in base alla quale si stabiliva che “il compenso dei co.co.co non poteva essere inferiore alle retribuzioni minime previste dai CCNL applicati nel settore ai lavoratori subordinati con mansioni equiparabili alle prestazioni dei co co co.” Quindi, ai lavoratori della Foodora non si applicherà la disciplina del rapporto di lavoro subordinato spettante alla contrattazione collettiva nazionale proprio in virtù delle novità introdotte dall’attuale esecutivo. La start-up tedesca, dal canto suo, per far rientrare la protesta ha proposto di incrementare la retribuzione fino a 4 euro lordi a consegna ed ha firmato una serie di convenzioni con officine specializzate per la manutenzione delle biciclette. Uno sforzo non sufficiente per i lavoratori in agitazione, i quali rivendicano il diritto ad una retribuzione oraria di almeno 7,50 euro.

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“Foodora et Labora” era il nome del comunicato stampa dei galoppini della società tedesca, qui un’immagine dello sciopero torinese

I rapporti tra le parti in causa si sono deteriorati ulteriormente dopo l’esclusione dall’app di due promoter solidali con gli scioperanti torinesi. In precedenza, ad esasperare il braccio di ferro aveva contribuito la resistenza dell’azienda di fronte al tentativo dei riders “ribelli” di trascinare il contenzioso sul terreno sindacale: i dirigenti italiani, infatti, pur non chiudendo le porte al dialogo come dimostra l’adeguamento offerto (e rifiutato), si sono mostrati indisponibili al riconoscimento di una rappresentanza sindacale. La visione dei riders, d’altronde, appare incompatibile con quella dell’azienda che concepisce le loro prestazioni non come “un lavoro per sbarcare il lunario“, ma come ” un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un piccolo stipendio” . Insomma, un lavoretto e non un lavoro vero e proprio. D’altra parte, come ribadito nel comunicato ufficiale dell’azienda in risposta alle polemiche, non si può obiettare alla Foodera di violare la legge perchè, effettivamente, sta “operando nel pieno rispetto della vigente normativa” . L’agitazione dei fattorini in rosa, però, testimonia la necessità di una regolamentazione meno equivoca dei rapporti di lavoro nelle start up. Queste piattaforme digitali, insistendo per una retribuzione a prestazione, riescono a ridurre i costi e a mostrarsi più accattivanti agli occhi dei consumatori. In questo modo, però, c’è il rischio che i profitti aumentino scaricando il rischio d’impresa sul lavoratoreLa gig economy, dietro la maschera retorica del “nuovo modo di fare impresa”, pare nascondere degli evidenti vulnus giuslavoristici che rendono sempre più irrimandabile l’intervento del legislatore.