Su Tolkien e il suo rapporto con l’Italia si è scritto moltissimo. Complice soprattutto il ruolo storico-formativo che le sue opere ebbero durante gli anni settanta nei confronti dei cosiddetti giovani di “destra”. Da una parte, quindi, si è potuto leggere un tentativo di attribuzione di parte, teso specialmente non tanto ad una forzata politicizzazione dello scrittore in questione, quanto ad una rivendicazione di scoperta vera e propria delle opere del loro valore da parte di uno specifico ambiente. In questo senso è utile citare Gianfranco De Turris, scrittore e giornalista Rai : ” «La narrativa di Tolkien e la “heroic fantasy” era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di Destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva. Nel mondo immaginario descritto in quei romanzi, negli eroi e nelle eroine, nei loro modi di essere e di vivere, si speculavano innumerevoli fantasie ideali sorte dall’humus ideale e politico in cui si erano formati personalmente e collettivamente. Non lo si può negare.” D’altra parte, probabilmente in modo consequenziale al successo cinematografico, è avvenuto un tentativo di destrutturazione di questa rivendicazione, mirato a “liberare” Tolkien da qualunque etichetta o magari a riposizionarlo all’interno di un contesto anarchico, hippie, antimodernista e anticapitalista.

Esemplificativa è l’opera di Del Corso e Pecere: ” L’anello che non tiene”, un libro che argomenta la tesi per cui l’operazione di posizionare Tolkien a destra sarebbe stata mossa solo da marketing e motivi di opportunità e non avrebbe alcun fondamento politico-letterario. E’ certo che, a prescindere dai tentativi di etichettazione, il ruolo svolto dagli ambienti non partitici ma movimentisti (soprattutto il Fronte della Gioventù, il Fuan e Fare Fronte), sia stato quello di far conoscere, all’interno delle allora generazioni militanti, la portata e le tematiche tolkieniane e di aver sdoganato un autore sino ad allora totalmente sconosciuto ai lettori italiani. In parte per il proliferare della visione ambientalista nella destra giovanile, in parte per la compatibilità di Evola e di certo esoterismo, la comparsa di Tolkien sugli scaffali delle librerie degli appartenenti a quelle organizzazioni accanto ai libri di Jung, Celine, Schmitt ed altri scrittori e pensatori ” maledetti” è un fatto non smentibile.

Attualmente, però, è utile stimolare una riflessione sulla totale assenza di ideologia in Tolkien, sulla necessaria depoliticizzazione e sulle reali motivazioni del successo contemporaneo. Più che cercare tematiche di contrasto, infatti, appare utile valutare quanto di condiviso e comunemente simbolico vi sia nelle opere del Professore di Oxford, piuttosto che rimarcare metaforiche e differenti visioni del mondo, spesso forzate o totalmente inesistenti. Il motivo essenziale per cui il Signore degli Anelli prima e lo Hobbit adesso hanno avuto un successo degno di nota è perchè il fantasy di Tolkien è la rappresentazione di molti elementi simbolici ed archetipici umani, magari anche inconsci, totalmente rimossi dalla nostra epoca. La contemporaneità ha, infatti, totalmente cancellato il ruolo del saggio nella società, mediante il relativismo dei valori e la desacralizzazione di ogni cosa, sostituito la figura del guerriero con quella del mercante, col sovrapporsi storico-filosofico del concetto di interesse su quelli di gloria e onore, sepolto il valore della condivisione comunitaria, negativizzato l’umiltà, il coraggio, i sentimenti, gli affetti, le promesse, i giuramenti, in nome della necessità della precareità esistenziale ,lavorativa ed economica. Ma la contemporaneità è complessivamente molto più recente, breve e meno consolidata di migliaia di anni in cui, nell’umanità, si sono strutturati quei valori e principi cardine che Tolkien tocca con maestria unica.

In Italia, così come in tutto l’Occidente, esiste un sottostrato di noi stessi che rifiuta le logiche dell’atomizzazione dell’esistenza e cerca disperatamente una via di ritorno alla semplicità dell’essere umani. Si pensa così che sia probabile che maggiore sarà l’impiego della tecnologia quale sostitutivo dell’uomo e non come strumento, maggiore diverranno i tentativi di fuga dalla realtà. Mordor è il simbolo di un mondo ipertecnicizzato che distrugge l’ambiente in cui si vive, rendendo tutto brutto, scuro e depresso. L’inconscio collettivo dell’umanità non può accettare per sempre che la propria casa (intendendo specialmente la natura) venga deturpata per fini economicisti. L’Italia ha, per nostra fortuna, le caratteristiche per essere considerata una Contea ideale: la nostra identità, la nostra storia e i nostri paesaggi hanno, nonostante tutto, ancora qualcosa di tradizionale in grado di farci fuggire dell’accelerazione del tempo, dalla liquidità dei rapporti umani contemporanei, dalla perdita di senso, dallo sconvolgimento dei ruoli e dalla messa in discussione di qualunque certezza. Tolkien ha successo anche per questo, perchè rappresenta un immaginario fantastico ma costruito su archetipi precisi e largamente riconosciuti, scomparsi dalla quotidianità a noi esterna ma ancora ben radicati dentro il nostro profondo, elementi di cui abbiamo ancora bisogno e che per quanto appaiano anacronistici, sono parte integrante della memoria intera ed interna dell’umanità tutta. I giovani italiani, così come tutti quelli ” occidentali”, si appassionano a Tolkien perchè ci vedono qualcosa che non esiste più ma di cui hanno una profonda necessità.