L’Italia del primo dopoguerra manifestava una duplice tendenza nell’ambito delle relazioni internazionali. Da un lato c’era quella che lo vedeva come paese membro del Patto Atlantico e alleato degli Stati Uniti. Il successo della Democrazia Cristiana alle prime elezioni poneva la Penisola in un vincolo di ferro con gli americani. Gli aiuti del Piano Marshall servivano a tenere il nostro paese saldamente ancorato all’influenza statunitense. D’altro canto l’Italia era il paese occidentale con il più grande partito comunista, il che lo avvicinava al fronte sovietico. La stessa Costituzione, nella cui stesura i comunisti e i socialisti (all’epoca alleati) giocarono un ruolo rilevante, pone una serie di norme a difesa del lavoro e riconosce allo Stato un ampio margine di intervento, circostanza che la avvicinava più alla socialdemocrazia europea che alla matrice liberale anglosassone. A ciò si aggiunga la politica energetica italiana degli anni ’50, tutt’altro che protesa a compiacere gli americani, con l’ENI di Mattei attivamente impegnata a creare un polo petrolifero concorrente con le sette grandi compagnie anglo-americane e a intessere rapporti persino con l’Unione Sovietica.

In questo scenario lo scontro tra DC e Partito Comunista sembrava anche lo scontro tra due campi: quello atlantico verso il quale erano orientati i democristiani e quello sovietico verso cui protendeva il PCI togliattiano. Tuttavia questa sintesi può apparire una semplificazione eccessiva. Nel PCI operavano, infatti, forze che miravano a spostare verso ovest l’asse della politica estera del partito. Già negli anni ’60 Sergio Segre e Giorgio Amendola cercarono di intessere rapporti con la diplomazia a stelle e strisce. Ma il testimone dell’americanismo “di sinistra” fu raccolto da Giorgio Napolitano, che riuscì a intessere una fitta rete di relazioni con gli americani che lo porteranno a diversi viaggi negli Stati Uniti già dagli anni ’70. Napolitano e la corrente migliorista si ponevano al di fuori del marxismo per collocarsi nell’ambito della socialdemocrazia e del liberalismo sociale europei. L’arrivo alla segreteria di Berlinguer fornì senz’altro uno spunto utile ai miglioristi. Fu in questo periodo, infatti, che il PCI cominciò a distaccarsi definitivamente dall’orbita sovietica, per avvicinarsi all’area atlantica. Berlinguer ripudiò il Patto di Varsavia, preferendovi la NATO, nel famoso discorso del ’76. Sia berlingueriani che miglioristi pensavano fosse venuta l’ora di porre fine alla conventio ad excludendum nei confronti del PCI e che per farlo si sarebbe dovuto necessariamente passare per il “via libera” degli americani. Ma si facevano grandi illusioni in merito. Gli americani senz’altro erano molto interessati a coltivare relazioni con i comunisti italiani, soprattutto con i più moderati di loro, ma non si fidavano ancora a tal punto da permettere un governo con la loro partecipazione. La Democrazia Cristiana e gli industriali guadagnavano senz’altro dal raffreddamento dei conflitti sociali imposto dalla CGIL, in vista di una futura entrata del PCI in un esecutivo. L’accordo non si sarebbe mai concretizzato, come sappiamo. Ma fu in questo momento storico che si formò la nuova generazione della sinistra atlantista: gli Occhetto, i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, ecc.

Nel corso degli anni ’70 la strategia degli americani divenne sempre più improntata all’infiltrazione degli antagonisti potenziali. Non solo il Partito Comunista, ma anche la destra fu soggetta a questo processo, in una forma persino violenta. Si tratta di avvenimenti intricati della storia italiana, che videro un intreccio tra organizzazioni eversive, il SID (i servizi segreti italiani) e la CIA. Nel Movimento Sociale Italiano, del resto, al di là delle sue implicazioni nelle vicende stragiste, per le quali persino Almirante dovette ammettere un coinvolgimento dei suoi, vi era sempre stata una corrente dichiaratamente filo-americana.

Le intricate vicende della politica italiana degli anni ’70, che talvolta raggiunse punte di violenza estreme, vedeva coinvolti i servizi segreti italiani, quelli d’oltreoceano, la massoneria e le organizzazioni terroristiche. Un simile intreccio è possibile rintracciarlo tanto nel terrorismo di sinistra, in particolare quello delle Brigate Rosse, gli esecutori dell’omicidio Moro che provocò il naufragio del “compromesso storico”, quanto in quello di destra, responsabile delle stragi e della strategia della tensione. Con il crollo dell’URSS, l’americanizzazione della politica italiana subì un’ulteriore accelerazione. La svolta di Occhetto segnò l’abbandono ufficiale del comunismo da parte della componente maggioritaria della sinistra, dopo che già il PSI craxiano anni prima aveva ripudiato Marx.

Proprio durante il governo di Bettino Craxi i rapporti con gli Stati Uniti subirono un raffreddamento in seguito alla crisi di Sigonella e alle feconde relazioni con il mondo arabo-palestinese. Ma si trattava dell’ultimo colpo di coda di una tendenza della politica italiana che vide il PSI di Bettino Craxi, pur da atlantista e anticomunista, il suo ultimo interprete. Ormai la strada era tracciata. Le inchieste di “Mani pulite” avrebbero spazzato via le ultime resistenze a una politica estera completamente filo-americana. Sia la sinistra che la destra erano ormai totalmente votate alla causa atlantica. La prima, vedeva l’emergere di una nuova generazione di ex miglioristi ed ex berlingueriani. L’Ulivo degli anni ’90, anticamera del futuro PD, si crogiolò in un americanismo estremo e apertamente dichiarato mai sperimentato prima dalla sinistra italiana. Il governo D’Alema si costituì giusto in tempo per aderire alla guerra in Jugoslavia della NATO e successivamente avrebbe permesso la partecipazione dell’Italia alla guerra in Afghanistan. Nell’altro campo, la destra berlusconiana, che avrebbe inglobato quella degli ex missini, si allineò all’interventismo di George Bush inviando un contingente italiano nel conflitto iracheno. Berlusconi, per quanto filo-americano al pari dei suoi avversari, cercava nel contempo di coltivare le relazioni con la Russia di Putin. L’imprenditore milanese infatti vantava notevoli interessi economici in Russia già dal crollo del Muro di Berlino. Ma egli non giungerà mai a mettere minimamente in discussione la politica imperialistica degli americani, anzi vi aderirà pienamente. Il suo timido tentativo di stringere accordi con la Libia di Gheddafi sarà destinato al tragicomico fallimento, con un’ingloriosa retromarcia di fronte al diniego americano.

L’europeismo ottuso dei governi da Monti a Renzi, vincola l’Italia, senza margine di manovra alcuno, all’indirizzo delle potenze dell’Unione Europee, incapaci di accordarsi su tutto tranne che sulla subalternità indiscussa a Washington. Per quanto riguarda l’opposizione, la Lega di Salvini fa mostra di una russofilia di facciata, nel mentre cerca una sponda nei neofascisti antirussi di Casapound. Ma quello che interessa alla Lega è soltanto tutelare gli imprenditori del nord colpiti dalle sanzioni contro Mosca. La russofilia della destra è esclusivamente votata a proteggere gli interessi commerciali di determinati attori economici, non certo a inserire l’Italia in un diverso contesto geopolitico e a staccarla dalla dipendenza atlantica.

Per il resto, lo scenario politico attuale offre soltanto molto provincialismo, poca consapevolezza dei rapporti di forza internazionali e degli interessi in gioco. Il Movimento Cinque Stelle non ha ancora assunto un indirizzo coerente in politica estera. La sinistra vendoliana, invece, dimostra di essere più realista del re, nella sua ossessiva e puramente ideologica opposizione a Putin in nome dei diritti civili. L’elemento comune a tutti, invece, sembra essere una sinofobia diffusa e strisciante; non si comprende il ruolo della Cina nel sostegno alla Russia (piaccia o meno a Salvini) e agli altri BRICS (piaccia o meno ai cinque stelle) e se ne fraintende del tutto la sua funzione nell’economia internazionale. A tutto questo fa da sfondo una confusione totale nelle questioni mediorientali, il ruolo giocato dalla Siria di Assad e dall’Iran. Dove manca la lucida comprensione delle questioni internazionali subentra un umanitarismo astratto, che sembra creato apposta per essere usato in funzione degli interessi atlantici.

Si naviga per lo più a vista, seguendo orientamenti non di rado tra di loro contraddittori. Non esiste una visione politica globale e coerente. Nessun partito è in grado di avanzare una proposta alternativa, che stacchi l’Italia dall’influenza statunitense per avvicinarla ai BRICS e al fronte russo-cinese. In tutto questo l’americanismo, più o meno consapevole, la fa da padrone.