E’ proprio vero ciò che scriveva Leonardo Sciascia: con la mafia si fa carriera. E non solo affiliandosi, ma soprattutto sventolando il vessillo dell’antimafia. Ad oggi, però, a denunciare il fenomeno del “professionismo antimafioso” ci pensa paradossalmente un giudice: Catello Maresca,  pm della Direzione Nazionale Antimafia, nonché magistrato che fece arrestare il boss dei Casalesi Michele Zagaria.

Maresca, in un’intervista rilasciata a Panorama lo scorso 14 gennaio, ha attaccato con parole forti l’Associazione “Libera contro le Mafie” di Don Ciotti, definendola come l’organizzazione che attualmente in Italia detiene “il monopolio della gestione dei beni sequestrati alla mafia”.  Inoltre, sempre nella stessa intervista, il pm ha affermato che: “Oggi per combattere la mafia è necessario smascherare gli “estremisti dell’antimafia”, i monopolisti di valori, le false cooperative con il bollino, le multinazionali del bene sequestrato. Registro e osservo che associazioni nate per combattere la mafia hanno acquisito l’attrezzatura mentale dell’organizzazione criminale e tendono a farsi mafiose loro stesse”.

Insomma, il pm non ha usato mezzi termini per esprimere il proprio parere su Libera e sull’associazionismo che dovrebbe combattere la mafia. E Don Ciotti non è stato a guardare, anzi ha minacciato di querelare lo stesso Maresca, affermando in un comunicato stampa che ad “oggi è in atto una semplificazione che mira a demolire con la menzogna il percorso fatto da Libera.”

E nell’avvincente dibattito si è inserita anche Rosi Bindi, esprimendo la propria solidarietà nei confronti del sacerdote veneto che ha spesso e volentieri alternato la pratica religiosa e l’attivismo socio-politico. Infatti Don Ciotti è noto non solo per la fondazione di “Libera contro le Mafie”, ma anche per la istituzione nel 1995 della onlus: il “Gruppo Abele”, impegnata in numerose attività sociali.  Un sacerdote sui generis, dunque, che non ha mai disdegnato spogliarsi della tunica per indossare la toga del tribuno.

Inoltre, c’è da dire che le associazioni fondate da Don Ciotti di certo non muoiono di fame. L’attivo di Libera, solo nel 2014, ( si legge nel bilancio pubblicato sul sito web) è di 2.426.322 euro. Ancora meglio è andato il “Gruppo Abele” che sempre nel 2014  ha potuto vantare profitti per  6.291.776 euro.

Quindi Libera, ad oggi resta, al netto degli “attacchi per demolirla”, un’associazione ricca, potente, che coordina circa 1600 realtà (tra cooperative, enti, gruppi) che a loro volta gestiscono direttamente decine di migliaia di beni sequestrati alla mafia. In che modo? Sicuramente le parole di Maresca non saranno del tutto infondate.