Il motivetto rituale è pressoché questo: “ce lo chiede l’Europa, dobbiamo adeguarci alle medie europee, mai più fanalino dell’UE”. Eppure quando si tratta di finanziamenti non riusciamo mai a fare “i compiti a casa”. Siamo al di sotto della media UE e con un contributo pubblico alla ricerca inferiore di 3 miliardi di euro alla media OCSE e investimenti privati pari a un terzo. In Italia non si investe nell’università e nella ricerca, però stranamente per la ricerca europea versiamo contribuiti pari al 13,9% del totale ricevendone invece l’8,1%  (fonte Anvur), ovvero, otteniamo dall’Ue 65 centesimi per ogni euro che abbiamo versato alla stessa UE: insomma uno squilibrio di finanziamenti. Nel 2013 il numero degli immatricolati italiani era ridotto del 20,4% e questa tendenza continua anche oggi. Un deficit imponente per quanto riguarda l’orientamento formativo: un terzo degli immatricolati cambia corso di studio dopo il primo anno. Su 100 immatricolati solo 55 conseguono la laurea triennale.

I numeri delineano una scena del crimine consumata all’interno del sistema universitario stesso. Quali sono i problemi? Test d’ingresso non completamente attinenti alla facoltà scelta, la mancanza di meritocrazia, le baronie, i finanziamenti basati su graduatorie sballate, il sistema 3+2. Moltissimi studenti, di fronte ai test d’ingresso per le facoltà a numero chiuso, restano sbalorditi per l’assurdità di certe domande, quesiti con il solo scopo di ridurre il numero di matricole conciliando gli iscritti ai test con il numero di posti disponibili. Test ben lontani dal premiare il merito, una selezione d’ingresso discutibile. Il problema della meritocrazia e delle “baronie accademiche” sono interconnesse tra loro e integrate nella combinazione micidiale tra autonomia universitaria (introdotta negli anni 80′) e il Fondo di finanziamento ordinario (FFO introdotto negli anni 90′).

Gli atenei condotti dagli ordini collegiali elettivi e i finanziamenti del FFO, senza riserva obbligatoria di spesa, hanno concesso alle baronie accademiche di incentrare la spesa per l’assunzione di personale o per il miglioramento di quello  già impiegato, a discapito della ricerca, dei laboratori, delle biblioteche, della didattica. Gli elettori messi di fronte alla scelta di come usare i fondi non esitavano a preferire un assegno per la ricerca, un passaggio di livello, o un posto di ricercatore a quanto prima elencato. Il sistema 3+2 era stato ideato per garantire un “contatto” con il mondo del lavoro, la laurea triennale sarebbe stata professionalizzante. In realtà il mercato del lavoro si è ritrovato di fronte laureati dalla formazione ridotta, senza una capacità di adattamento e sviluppo. Riforma completamente bocciata, dalla realtà e dal mondo del lavoro, che ha avuto come unico risultato l’alterazione della natura stessa dell’insegnamento universitario.

Sull’ultimo punto occorre una vera riflessione politica ed etica: basta con le bugie, vogliono chiudere gli atenei del mezzogiorno? I finanziamenti FFO basati su graduatorie quasi interamente falsate che ignorano completamente la situazione sociale, economica, culturale in cui versano gli atenei del Sud. I decreti attuativi del MIUR di attribuzione di punti organico e del Fondo di finanziamento ordinario non tengono in alcun conto le cessazioni intervenute nelle singole Università nei periodi precedenti, ma ripartiscono i punti organico spalmandoli sul sistema delle università statali. Un “turn over” fissato al 20% ma che è possibile superare dalle università con i conti più virtuosi, in media la grande maggioranza degli atenei del Nord. I finanziamenti pubblici all’università sono sempre stati basati sulla spesa storica e non sulle necessità attuali dei diversi atenei, quindi le università che fin dall’inizio hanno ricevuto più soldi hanno performance migliori che garantiscono loro maggiori finanziamenti. Gli atenei del Sud non possono permettersi di alzare le tasse universitarie, mediamente basse, principali fonti di attrazione per gli studenti. Non possono contare sul sostegno economico privato di enti e fondazioni che per la stragrande maggioranza (ancora) non risiedono a Sud di Roma.

Un doppio assassinio: gli atenei del Sud sottosviluppati strategicamente, al fine di garantire un’entrata di matricole alle università storiche, e il genocidio generale dell’università italiana, dissanguata ed inerme.