Il caos nell’amministrazione romana è soltanto l’inevitabile conseguenza delle campagne moralizzatrici che i Cinque Stelle hanno promosso dal momento della loro fondazione. La stampa e i media, soprattutto quelli vicini al Partito democratico, hanno dato grande risalto agli avvenimenti della Capitale e all’emorragia della giunta Raggi, replicando quanto accaduto in altri casi (da Parma a Quarto a Livorno). Tuttavia una situazione del genere era ampiamente prevedibile. Non è la prima volta, in Italia, che le inchieste giudiziarie vengono usate come mezzo di aggressione politica contro certi partiti. Questo è ciò che accadde nel periodo di Tangentopoli, quando alcune forze politiche bisognose di riconoscimento usarono le inchieste di Mani Pulite e le campagne moralistiche di alcuni giornali per sostituirsi alla classe dirigente che aveva governato durante la Prima Repubblica. In questo caso, però esiste una differenza, e non secondaria. Il Movimento Cinque Stelle è particolarmente vulnerabile su questo piano, perché mentre altri partiti, in passato, hanno assunto posizioni “garantiste”, sostenendo l’innocenza dei propri membri che si trovavano accusati, almeno fino a una sentenza dei tribunali, i Cinque Stelle hanno sempre difeso una linea di intransigenza nei confronti dei politici sotto indagine, esigendo spesso “dimissioni facili”. Questa linea si è rivelata essere molto proficua fin quando erano all’opposizione, ma nel momento in cui hanno cominciato ad accedere ai governi locali di diverse città si è ritorta contro di loro. È naturale che la gestione del potere politico, aumentando le responsabilità, esponga a episodi di questo tipo, non solo di illecito conclamato, ma anche semplicemente di casi limite, dove la liceità di una certa condotta può essere dubbia. In più i media (pur con diversi accenti a seconda della parte politica alla quale fanno riferimento) non perdono occasione di dare pubblicità e questi eventi, con le conseguenti semplificazioni, manipolazioni, alterazioni che impongono la comunicazione mediatica e “titoli a effetto”.

Quella dunque che era stata la forza trainante dei Cinque Stelle si tramuta, una volta ottenuto il governo, in una debolezza. Essi, infatti, essendosi proposti come gli alfieri dell’onestà, dell’incorruttibilità e del legalismo non hanno potuto difendere i loro membri oggetto di indagine o semplicemente di sospetto, per non sconfessare le loro posizioni e sembrare poco credibili. Hanno così pensato di mantenere una “linea dura” nei confronti dei propri iscritti; questo però li ha esposti a conseguenze indesiderate, come la possibile instabilità dei governi da loro diretti, le divisioni interne e il danno di immagine (che se per certi versi può essere attenuato dalla coerenza esibita, per altri può venire anche aggravato in quanto ammissione implicita di colpevolezza). Qualora, invece, prevalga un atteggiamento di precauzione, o la volontà di prendere le difese dei propri candidati, ci si trova esposti alla possibile perdita di credibilità. Generalmente, però, prevale l’intransigenza, perché essa è parte costitutiva del Movimento.

La ragionevolezza imporrebbe di distinguere tra un caso e l’altro, ma queste sottigliezze potrebbero non essere accolte favorevolmente da un pubblico abituato a invocare la forca. Si è fatto passare un il concetto, e di questo sono imputabili anche i Cinque Stelle, che chiunque riceva un avviso di garanzia o si trovi sotto processo o anche sia soltanto sospettato di qualcosa, sia per ciò stesso in qualche misura colpevole e che debba dare le dimissioni dal proprio incarico. La necessità per il Movimento di difendere un simile eccesso legalistico lo costringe a destabilizzarsi da solo; esso si trova stretto tra il pericolo di perdita dei consensi in caso di “ammorbidimento” delle proprie posizioni e quello di decimazione delle proprie linee dirigenziali locali.

Non c’è neanche la possibilità di ripensare e smussare questo legalismo, che è stato la spinta principale, per non dire l’unica, dell’ascesa di Grillo e dei suoi seguaci. Esiste un “peccato originale” al momento della nascita, e forse già del suo concepimento; l’attenzione ossessiva per la corruzione e il moralismo nei confronti delle cariche pubbliche ha oscurato le questioni sociali, meno visibili mediaticamente ma di maggior rilevanza. Il Movimento Cinque Stelle ha scelto di connotarsi nettamente rispetto all’integrità del ceto dirigente, quindi sulla “forma” dell’agire politico; non ha fatto altrettanto, però, per la “sostanza”. Non è stato delineato il modello di società che si intende perseguire, è questa la madre di tutti i problemi. Ciò ha fatto convergere tutti i militanti e simpatizzanti verso istanze legalistiche ponendo in secondo piano le questioni relative al governo della società e portando a una continua radicalizzazione delle prime, le quali hanno finito per condurre i Cinque Stelle in un vicolo cieco dal quale ormai è per loro impossibile uscire. Più cresceranno nei consensi e più si troveranno in balia di casi come quello di Roma. C’è da chiedersi cosa potrebbe accadere qualora vincessero le elezioni politiche: quanto potrebbe durare un governo in cui la precoce crisi della giunta capitolina si ripresentasse su scala nazionale?