L’Unione Europea non è nociva: è una fusione fra il liquame del tecnicismo e l’insolvenza della genericità. L’Unione Europea non è bugiarda: cerca di declinare la realtà a proprio uso e consumo, nel rispetto filiale del suo interesse. L’Unione Europea non uccide: accompagna sull’orlo del baratro, e suggerisce il tuffo nel vuoto. L’Unione Europea non flagella: invita direttamente al suicidio. Semmai, l’Unione Europea logora. Non esageratamente: quel tanto che basta perché si perda la coscienza di ieri, si abbandoni l’oggi, e non permetta di progettare l’avvenire. La massima vittoria del tempo odierno è racchiusa nella bassezza degli intenti del potere tecno-finanziario: massificare le identità, globalizzare il localismo, internazionalizzare le nazionalità. Tramite la distruzione del Passato, l’assassinio della Storia, la criminalizzazione della Tradizione. Nella frettolosità della sua efficacia, l’anti-teologia del conformismo non si accorge, però, di un’irrimediabile contraddizione: rinnegare il trascorso equivale ad impoverire il domani, prima ancora che esso prenda forma.

Piuttosto che porre rimedio, le sovrastrutture dell’idiozia perseverano. Strattonando la spinta della reazione e fottendosene del sudore della fatica, il consociativismo dell’omologazione si preoccupa della crisi economica, e della conseguente incetta di difficoltà da questa trainata, ma non lancia lo sguardo oltre l’immediato. Le ragioni di un abisso (apparentemente) infinto sono profonde, e si insediano in quella sottostimata e bistratta dimensione valoriale, polo vitale dell’Umanità. Presi dalla dipendenza da percentuali, i concubini dell’econometria offuscano la spontaneità del quotidiano, annullandone l’essenza. Il perdurare delle loro azioni sventa la sensibilità del particolare, ed esorta ad abbuffarsi alla mensa della convenzione. Ne sanno qualcosa Francesco, Marcello, Vincenzo, e chiunque coltivi ulivi e passione per un’arte secolare, nel calore viscerale del Salento. Da mesi, il tradizionalismo agricolo leccese si sta opponendo alla megalomane pretesa dell’Unione Europea di sopraffare l’esperienza generazionale dell’agricoltura.

La xylella è l’espediente utile per celebrare l’ennesima buffonata di Bruxelles: la burocrazia rimpiazza i braccianti, e si sostituisce al loro emotivo legame con la terra, con la semina, con la raccolta, con l’eternità di una pratica intramontabile. In un’ottica di abbattimento della flora, di sevizie alla natura, di imbarbarimento culturale. In silenzio, la campagna salentina desiste, nell’impotente tristezza del suo inascoltato pianto e in attesa che i suoi prodi scatenino l’ira di un territorio linciato. L’impavido imperversare dei contadini smonta la convinzione che arare sia parente dell’inconsueto, e dichiara guerra alle scrivanie che arginano, a colpi di faldoni e di plichi, il dialogo dell’intelletto. Benché soltanto l’amaro sapore di tritate banconote ingerite, potrà convincere i capitalisti dal pollice verde che i soldi non rappresenteranno il condimento del futuro.