Il fatidico 4 di dicembre, giorno del referendum costituzionale, si avvicina sempre di più. Fra meno di un mese avremo finalmente il verdetto che tutte le forze politiche aspettano da tempo. Eppure, ancora tante incertezze pesano sul voto. Tant’è vero che non è ancora certa la data del 4 dicembre per andare alle urne. Infatti sul quesito gravano ben due ricorsi ancora pendenti. La presidenza della prima sezione civile del Tribunale di Milano, lo scorso giovedì, ha reso noto che, per la decisione sul ricorso presentato dal Presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida e su un secondo ricorso presentato da un gruppo di avvocati, ci vorranno ancora dieci giorni. Il giurista – ex saggio di Napolitano – chiede che il Tribunale rimetta alla Consulta la legge istitutiva del referendum, affinchè si pronunci sulla sua legittimità costituzionale nel punto in cui non prevede di scindere il quesito referendario quando tratti di materie eterogenee. Di contenuto simile anche il ricorso presentato dal gruppo di legali milanesi. Aldilà dei contenuti e delle motivazioni dei singoli ricorsi, che possono essere anche apprezzabili (ricordiamo quello presentato da M5S e SI al Tar laziale, poi respinto), è possibile e accettabile che a meno di 30 giorni da un voto così importante si stia ancora a discutere su una sua eventuale posticipazione, con una pronuncia che arriverà quando al 4 di dicembre mancheranno poco più di 15 giorni? Sono mesi che l’attenzione dell’intero Paese è focalizzata su questo provvidenziale evento, con la totalità dei partiti politici e della classe intellettuale impegnata a tempo pieno in un’ininterrotta campagna elettorale, nell’attesa di un verdetto popolare che, qualunque esso sia, ridisegnerà profondamente l’assetto istituzionale e gli equilibri politici nazionali.

Tutte le forze in campo ne sono pienamente consapevoli e aspettano impazientemente quella che sarà una vera e propria resa dei conti. Oltre che l’impazienza domina però l’incertezza, e non ultimo il timore per l’approssimarsi del giorno tanto atteso. Timore da parte dei rappresentanti del No che una vittoria del Sì consacri definitivamente Renzi e la sua azione politica legittimandone la prosecuzione fino al 2018 e ben oltre; ancor più sgomento timore da parte dei tifosi del Sì, per i quali una vittoria della parte avversa sarebbe molto più rovinosa che non per i loro avversari, i quali tutto sommato il 5 dicembre non vedrebbero sconvolta la loro posizione di oppositori; ben più rovinosa sarebbe appunto una disfatta per gli amici del Sì, i quali da fazione maggioritaria e al potere si ritroverebbero improvvisamente e seccamente delegittimati dalla sovrana volontà del popolo in un progetto che fin dall’inizio è stato al centro della loro azione politica.Ed ecco che da questi timori scaturiscono i goffi tentativi di questi giorni, nel tentativo di procrastinare in calcio d’angolo il giorno del voto, come se un eventuale slittamento potesse risolvere il problema. Tanto più che oltre ad allontanare lo spettro delle urne si guadagnano utili giorni di campagna elettorale. È comico poi pensare che l’emerito Onida non si renda nemmeno conto che l’eventuale accoglimento del suo ricorso potrebbe addirittura portare acqua al mulino del Sì. “Questi sono i danni tipici dei giuristi che fanno solo i giuristi” avrebbe detto un autorevole sostenitore del No interpellato dal Fatto.

Ne esce l’affresco di una classe politico-intellettuale fifona e irresponsabile, che non ha nemmeno il coraggio delle proprie azioni e cerca con ogni scusa di rimandare le scadenze alle calende greche, con la stessa lungimiranza di chi nasconde la polvere sotto il tappeto. Questa l’impressione che traspare dalle ultime dichiarazioni del ministro Alfano (dal quale è vero che non ci si aspetta molto), il quale in un tragicomico quasi-appello al suo capo tradito Berlusconi ha cercato di ventilare l’ipotesi di uno slittamento del voto a causa dell’emergenza terremoto, nel caso fosse richiesto dall’opposizione, per essere subito dopo seccamente smentito dal primo ministro. L’Italia è da troppo tempo bloccata in questa morsa elettorale ed è davvero tempo che si ritorni a parlare di questioni più importanti, che i nostri politici e i nostri intellettuali abbiano la mente sgombra per dedicarsi a tempo pieno alla risoluzione di problemi più concreti, uno fra tutti la gravissima emergenza causata dagli ultimi sismi, impropriamente chiamata in causa dal ministro dell’Interno. Che si voti dunque, e al più presto, altro che rimandare. Anzi, come controproposta al ministro Alfano diciamo: anticipiamo il voto, causa emergenza terremoto; anziché aspettare un mese si vada alle urne tra 15 giorni e non ci si pensi più.