Il profetizzare degli intellettuali sedimentati nel vigore degli ideali, pare essere vittima dell’incalzare incessante del tempo. D’altronde, le recenti tre generazioni sono il risultato della forsennata successione di approcci ideologici. Non gradendo l’importuno al sonno dei ricordi, il XXI secolo – soprattutto italiano – è stato un circumnavigare vertiginoso di prospettive e di principi. Dai totalitarismi di stampo nazi-fascista, alle dittatoriali disposizioni sovietiche. Qualunque fosse l’attuazione concreta della loro accezione, ogni intuizione dottrinale era proiezione di un’idea sociale, di un’intenzione di sovvertimento, di un proposito di benessere comune. Non v’era possibilità che si sfuggisse da questo fondamento: la rappresentanza degli interessi, per la salvaguardia di un collettivismo socializzante, ossia incline alla preservazione di diritti civici inalienabili.

Oggi, purtroppo, è indolente accorgersi che il dibattito sulla tutela dei deboli sia stato soppiantato dalla futilità di tendenziose diatribe, prodotto dell’attuale e scadente contemporaneità. La battaglia all’indigenza – per la ridefinizione dell’equanimità – non è più freccia da scoccare dall’arco di una sinistra in panne. Anzi, di un centrismo di sinistra: bieco, infausto, e sfrontato. Perché dalle lotte guerrafondaie per il riconoscimento dello status occupazionale, si è giunti al patrocinio delle minoranze, attraverso l’inalterabilità dello status quo dei gruppi di interesse al “servizio” delle stesse. I quali, invece di prodigarsi per il raggiungimento di dati obiettivi, ammiccano al sistema, per non intaccare il loro giro d’affari. Come magistralmente riportato da Pier Paolo Pasolini ne “Scritti corsari”, per rincorrere un orizzonte di “progresso”, ci siamo impantanati nella palude dello “sviluppo”: squisitamente concreto, tragicamente economico-finanziario. Anche Enrico Berlinguer avrebbe dissentito da un tale scenario, se è vero che i lavoratori, al pari degli studenti e degli oppressi, dovrebbero scompigliare l’ordine “del privilegio e dell’ingiustizia”.

Malgrado la collocazione (a chiacchiere!), Matteo Renzi non è dello stesso avviso. Anzi, tutt’altro. Da “professionista” navigato, il Presidente del Consiglio è al corrente della precaria stasi del sistema occupazionale nostrano. Ergo, per ovviare ad un’incombenza simile, propugna l’ipotesi di un rifacimento di reddito minimo di cittadinanza. “Largo alla pertinenza!”, si potrebbe supporre; se soltanto non si spendesse nell’ennesima baracconata mediatico-propagandistica. Specificatamente, nella frantumazione del contratto collettivo nazionale di lavoro – dunque, il deterioramento collaudato della dignità dello strato professionale -, fondata sull’inconcludente proposta di un salario minimo legale. Svilendo definitivamente i canoni valoriali di Pasolini e Berlinguer. Ma fruttando un’occasione utile perché appunto Renzi si accaparri (o recuperi, considerando le recenti circostanze del Partito Democratico) qualche preferenza elettorale. Senza, però, che le questioni vengano effettivamente risolte. E con il famigerato auspicio di una Sinistra Sociale tramortito. Eh no, Landini: sta buono lì!