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A sinistra c’è l’ennesimo assembramento, le ennesime ricollocazioni, scissioni e unificazioni, nuovi nomi e nuove liste. Si tratta di un sottobosco estremamente fluido, in continua mutazione. Si direbbe che nessuno sia in grado di portare avanti un raggruppamento per più di un quinquennio, forse perché si tratta di costruzioni improvvisate che non si fondano su un’analisi articolata del presente e su una filosofia politica, ma su accordi tattici, appelli all’unificazione di una sinistra generica e astratta, “post-ideologica”, ovvero che respinge tutte le ideologie tranne quella del mercato globale, assunta in maniera quasi inconsapevole. Con gli ultimi recenti rivolgimenti, destinati probabilmente a non durare, nel migliore dei casi, più di qualche anno, è nato il “Campo Progressista” di Giuliano Pisapia, poi c’è stata la costituente di Sinistra Italiana, infine il congresso di Rifondazione comunista segnato dalla fine della segreteria di Paolo Ferrero (oltre che dalla consueta emorragia di iscritti). Le tante mutazioni, in realtà più nominali che sostanziali, non sono la risoluzione della crisi, ma sono esse stesse la crisi della sinistra che dura ormai da tre decenni. È un crisi non solo italiana, ma che in Italia si avverte con particolare virulenza.

Tutte queste “rifondazioni” segnalano proprio l’incapacità della sinistra di interpretare la fase storica attuale e di elaborare un progetto di società alternativo rispetto al capitalismo postmoderno e quindi una corretta strategia di opposizione a esso. La crisi in corso deriva proprio da questa difficoltà.

Dove la sinistra ha mostrato le sue più gravi lacune è nella concettualizzazione del rapporto tra differenti comunità territoriali. Questa è una conseguenza dell’ostracizzazione del marxismo rigoroso sul piano teorico, in favore di quello che Guido Viale definisce “sinistrese”, un miscuglio caotico di linguaggi diversi. La deturpazione del marxismo ha provocato la sostituzione del cosmopolitismo all’internazionalismo (spesso confuso col primo). Questa sostituzione ha indotto la sinistra alla demonizzazione della nazione. Si tratta di un fenomeno inedito e tradizionalmente estraneo alla sinistra. Il marxismo non ha mai disgiunto la lotta di classe dalla lotta per la liberazione nazionale, anzi, le ha sempre concepite come strettamente legate tra loro. Si potrebbero citare diversi passi in cui Lenin considera il perseguimento dell’autodeterminazione delle nazioni come una necessità nella lotta contro le potenze imperialiste. Arriva addirittura a esaltare il sentimento di orgoglio nazionale per la “Grande Russia”, ovviamente su una condizione di equità con tutte le altre nazioni. Per non parlare di altri “mostri sacri” come Ho Chi Min o Che Guevara (tutti ricorderanno il motto “Patria o muerte!” dei rivoluzionari cubani). La nazione è sempre stata un’idea di sinistra, per quello che la sinistra è stata in Europa, ovvero prima democratico-repubblicana e poi socialista (i comunardi, i sostenitori della Comune di Parigi del 1871, cantavano “l’Internazionale” sulle note della Marsigliese). Spesso viene citata a sproposito la frase di Marx “gli operai non hanno patria”, dimenticando però di aggiungere il seguito:

“Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch’esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia”.

L’identificazione della nazione con un’ideologia di destra o di estrema destra si è avuta con l’equiparazione al fascismo, considerando l’istanza nazionale, erroneamente, come caratteristica del fascismo. In realtà ciò che connota il fascismo è altro, una determinazione imperialista o “suprematista”, che è cosa diversa dal nazionalismo. L’errore discende da una mancata comprensione del fascismo come fenomeno storico, ovvero dall’approccio post-moderno e deleuziano che descrive il fascismo astrattamente e da un punto di vista meramente ideologico, contrariamente all’approccio marxista, che invece concepisce il fascismo come esito degli interessi capitalistici in una data situazione politico-sociale. Fascista è, secondo il “sinistrese” di oggi, chiunque “costruisce muri” e ammette una gerarchia nell’organizzazione politica. In questo modo, ad esempio, il crollo del Muro di Berlino viene visto come una liberazione dei popoli soggiogati da stati totalitari, anche se questo ha significato l’invasione totale del mercato, il liberismo e il completamento del processo di mondializzazione.

Il professore Alberto Bagnai fornisce una spiegazione economica su come la sinistra abbia tradito le proprie origini
Avendo perduto l’internazionalismo e avendo identificato la nazione col fascismo, la sinistra si è gettata nelle braccia del cosmopolitismo, che è invece proprio del liberalismo e del neoliberismo. Il cosmopolitismo vuole sradicare persone e comunità, renderli individui-consumatori apolidi che viaggiano continuamente per il mondo in cerca di un impiego, secondo quanto esige il mercato globale. In questo modo la sinistra non si è opposta, quando non addirittura ha favorito, la perdita di sovranità degli stati, il soggiogamento dei popoli da parte di entità sovranazionali e della tirannia capitalistico-finanziaria. Ha visto con favore la moneta unica europea e la costruzione dell’Unione Europea, non capendo quanto esse fossero uno strumento delle élite capitalistiche, e questo perché ha sostituito all’analisi tipicamente marxiana e marxista – che lega ideologie a moventi politico-economici – la visione postmoderna che, seppure proclama la fine delle ideologie, è radicalmente ideologizzante, cioè oscura le cause “strutturali”, come direbbe Marx, ed evidenzia soltanto la cortina ideologica. Per quanto l’errore sia stato grave, e ormai palese, la sinistra non è riuscita (fatte salvo apprezzabili eccezioni) a divincolarsi da questo cosmopolitismo da cui continua a essere influenzata. È rimasta vittima di quello che si potrebbe definire “il paradosso di Tsipras”.

Il partito di Syriza, infatti, aveva avanzato un programma che si potrebbe chiamare “progressista” e “socialista-democratico” con il quale ha vinto le elezioni. Questo programma però non prevedeva di mettere in discussione l’euro e l’Unione Europea, di cui si auspicava un’improbabile riforma. Una volta che il programma sociale si è rivelato irrealizzabile all’interno dell’Unione Europea (come del resto era chiaro già prima a ogni osservatore obiettivo) il governo greco e il suo partito hanno preferito rinunciare al programma piuttosto che considerare l’uscita dalla UE e la rinazionalizzazione della moneta, finendo così per applicare le richieste della Troika.

La sinistra italiana è vittima dello stesso paradosso. Dichiara la sua opposizione al liberismo, ma il suo pregiudizio anti-nazionale le impedisce di proporre un programma realistico. Questo pregiudizio anti-nazionale, si direbbe, è stato portato troppo avanti e si è troppo radicato per poter essere ora abbandonato. Il problema, però, è ormai ineludibile. È difficile negare come l’euro e i Trattati siano uno strumento dell’oligarchia per destrutturare lo stato sociale e operare una “restaurazione”. Così si avanzano ipotesi improbabili, come una riforma dei Trattati che è di fatto impossibile (chi è che convince 27 governi doversi?) oppure la “disobbedienza”, senza capire o voler capire che uno Stato che non dispone della propria moneta non è in grado di opporre un rifiuto ai diktat di Bruxelles. La sinistra, o quel che ne rimane, se vuole salvarsi da un’estinzione altrimenti inevitabile, deve cambiare il proprio punto di vista, recuperare l’approccio marxiano (che non vuol dire ripetere mnemonicamente gli scritti di Marx, ma adottarne il metodo) nella spiegazione dei fenomeni sociali e troncare col pregiudizio anti-nazionale. In altri paesi esistono esempi in questo senso, il Partito Comunista Portghese si è già avviato su questa strada, l’unica strada percorribile.