L’epoca corrente, fatta di crisi economica, interrogativi morali e caratterizzata da un progressivo allontanamento dell’elettorato da canoni classici di rappresentanza politica, viene spesso definita post ideologica. E se da un lato è vero che i partiti di governo sperimentano una gestione del presente fatta di amministrazione de-ideologizzata, pregna di pragmatismo e spesso di mero calcolo politico basato sulla convenienza a breve termine, molti partiti o movimenti di opposizione invece si interrogano su quelle che sono state le principali dottrine e le più importanti figure capaci di capovolgere lo status quo nel secolo che ci precede. Partiti spesso esterni al mondo della grande politica ricercano, ripescano e sperimentano. Ecco che la nostra epoca può essere definita post ideologica solamente in una applicazione del potere che tuttavia è sempre stata improntata al pragmatismo. Nelle ali estreme, nelle ali di contestazione più forte, la ricerca ideologica e la sperimentazione continuano, con alterni meriti e fortune. Dalle nostalgie più elementari ai più difficili lavori di riesame, pure molte figure storiche sfuggono ad una collocazione piena e coerente nel presente, perché il presente stesso pare profondamente mutato, e con esso anche i principali canali di interpretazione e di codificazione politica su ciò che attorno ci accade. Lo stesso canale di rappresentanza basato sulla dicotomia destra – sinistra appare nel migliore dei casi inadatto ad affrontare sfide epocali che spesso scavalcano la capacità dell’affrontarle inserendosi nell’una o nell’altra fazione.

La deformazione semantica subita dai due termini negli ultimi decenni, impastata di terminologia funzionale, appare talmente forte da rendere difficile pure la collocazione di alcuni dei personaggi che tradizionalmente vengono ascritti all’uno o all’altro emisfero politico. Specialmente a sinistra, diversi personaggi che pure nella storia hanno caratterizzato il bacino ideologico dei vari partiti di appartenenza popolare non trovano più spazio; E non sono loro ad aver mutato la propria caratterizzazione ideologica, bensì appare chiaro che a subire una particolare crisi di adattamento ai problemi del presente è il concetto di sinistra stessa. Un concetto che appare svuotato, spesso, di qualsiasi carica ideologica di tipo rivoluzionario, popolare e anti imperialista. Carica rivoluzionaria, popolare e anti imperialista che troviamo invece in uno dei personaggi simbolo della lotta di popolo e di classe nel Novecento, vale a dire Ernesto Guevara.

E’ piuttosto facile notare come ad oggi la storia del Che non riesca a trovare coerentemente spazio in quasi nessun grande partito di sinistra italiano, tra quelli che ci vengono puntualmente presentati sulla scheda elettorale. Non trova spazio la sua natura più profonda, la sua ideologia, la sua metodologia d’azione, il suo essere canale di rappresentanza per una rivoluzione di popolo. Al contrario trova spazio la sua rappresentazione meccanica, la sua stampa in numerose spille, magliette, maglioni, gadget, in un corto circuito non proprio ideale. Anch’esso, come numerose figure e numerose ideologie, è passato attraverso la scrematura e l’appropriazione da parte di uomini e partiti politici che hanno ridotto la rivoluzione popolare e socialista quasi ad un errore, ad un qualcosa di appartenente a compagni che sbagliano, a qualcosa di chimerico. Parlare di Che Guevara oggi ad un circolo giovanile del PD o di SeL spesso significa ricordare qualcosa di morto. Lo si può fare a patto di entrare in una dimensione di ironico amarcord, di qualcosa che si percepisce bene come sacrificato e allontanato. Allontanato da quei grandi partiti della sinistra che hanno preferito una gestione senatoriale o battaglie che, quando condotte, non comportano nessun tipo di sacrificio per il sistema che al contempo li nutre e li fa crescere. Una sinistra di governo che oggi si identifica molto di più con un Batista che con un Castro, poiché anch’essa si è sostanzialmente ridotta ad essere quinta colonna di un potere ben preciso, di una politica estera già scritta e comandata a distanza, di un sistema economico che, dall’essere nemico principale ai tempi del PCI di Gramsci, è diventato il primo piano da difendere oggi. Nei partiti di sinistra classici non c’è spazio alcuno per la rivendicazione coerente, per il popolo, per l’anti imperialismo. Il popolo viene dileggiato e tenuto a distanza, e chiunque cerchi di rappresentarne le necessità più profonde viene tacciato di populismo o demagogia. Un sistema di rigetto che accomuna spesso quasi tutti i partiti di sinistra, dal PD a Rifondazione Comunista. Non c’è veramente spazio per Che Guevara e per la sua lotta, in questi movimenti, perché essi per primi ne hanno tralasciato la forte carica popolare, l’ideologia rivoluzionaria. Che Guevara non era aedo di una costituzione borghese, di una Europa cattedratica e professorale, di diritti civili spesso presentati come specchietti per le allodole, di privatizzazioni selvagge o di una immigrazione gestita in maniera criminale. Era alfiere della rivoluzione di popolo e del socialismo.

In questo spazio di drammatica rinuncia l’eredità di Che Guevara trova spazio solo in quei partiti che coerentemente si rifanno alla sua figura e alla sua ideologia. E travalicando il riduttivo concetto di destra e sinistra, ecco che la figura del Che inizia ad essere apprezzata, assieme alla rivoluzione cubana, alle lotte anti imperialiste e all’anticapitalismo, pure da partiti ascrivibili all’estrema destra. Una figura che oggi si colloca a cavallo di partiti politici messi ai margini, di piccola entità, partiti nei quali tuttavia resiste una carica antisistemica forte. Con sdegno di numerosi compagni d’oggi, Che Guevara e pure Marx vengono analizzati da forze di orientamento neo fascista, e piovono critiche, boicottaggi, strali e messali su di una estrema destra rea di appropriarsi di personaggi che non fanno parte della sua natura, di strumentalizzare lotte e battaglie. Una accusa singolare, dato che la strumentalizzazione in primis è stata quella di chi è passato, tramite serpentoni metamorfici vari e sacrifici ideologici, da una lotta contro il sistema capitalista ad una lotta per la sua strenua difesa. Dalla rivoluzione alla Costituzione, finendo col condurre battaglie interne e meramente insignificanti. Non c’è nessuna accusa da muovere a chi oggi volesse appropriarsi coerentemente della figura di Che Guevara, pure se lo facesse da destra, proprio perché è stata la cosiddetta sinistra, da tempo, a rinunciare alle sue battaglie e alla sua lezione. La stessa eredità di Che Guevara va oltre ciò che oggi può essere identificato come destra e sinistra, e si basa su di una lotta per il socialismo e per il popolo, lotte che oggi sono carenti specialmente a sinistra.

La dicotomia destra – sinistra, al contrario, allo svilimento ideologico e alla cooptazione ha fatto solamente regali, relegando la rivoluzione cubana ed i suoi uomini a personaggi da ospitare nel salotto, ad effigi con le quali disegnare le proprie magliette, a spille da applicare al borsello. Bisogna invece appropriarsi del popolo, dei suoi bisogni e di tutte quelle ideologie, incentivando la ricerca ideologica trasversale in tutti quei partiti che lo possono rappresentare, dandogli finalmente voce.