Brutta settimana per la sanità siciliana. Gli sviluppi dell’operazione “Bloody Money” sul giro d’affari delle cliniche dialitiche private corruttrici del servizio pubblico, il cognome pesante del cugino di Matteo Messina Denaro ad aggravare l’inchiesta, le “rivelazioni” ulteriori del pentito D’Aquino sugli interessi di Cosa Nostra nel business della dialisi, tutto ciò sarebbe stato già più che sufficiente a disegnare un quadro cupissimo – e tragicomico – della situazione sanitaria regionale senza che si aggiungessero altre vicende. Invece è esplosa la storia tristissima di Valentina Milluzzo, morta il 16 ottobre di quest’anno all’Ospedale Cannizzaro di Catania in seguito all’aborto dei due bambini che portava in grembo.

Una disgrazia, si dirà: se non che i familiari accusano un medico dell’Ospedale di aver lasciato morire la paziente, in quanto obiettore di coscienza, rifiutandosi di estrarre il secondo feto finché fosse vivo. Un’ipotesi che configurerebbe un caso gravissimo, ma che al momento sembra scivolare via con le parole pronunciate in conferenza stampa dal primario del reparto di ginecologia Paolo Scollo e dal direttore del Cannizzaro Angelo Pellicanò: la paziente sarebbe morta per una infezione, e la tragedia si sarebbe compiuta senza il coinvolgimento colposo di alcuno tra i medici che la assistevano. Senza contare che l’obiezione di coscienza non può in alcun modo riguardare l’aborto terapeutico. La Procura di Catania indaga, ed anche Roma vuole vederci chiaro: il Ministero della Salute ha inviato ispettori, e naturalmente la vicenda è balzata all’attenzione delle cronache nazionali assestando l’ennesimo colpo alla già fragile reputazione della sanità siciliana.

Brutta settimana davvero, questa. Se fosse soltanto questione di cronaca giudiziaria basterebbe aspettare qualche tempo per tornare a guardare con fiducia alle strutture pubbliche e private che in Sicilia operano nel delicato campo della salute. Il problema è che qui, per la delicatezza appunto della materia, si rischia di mettere a segno un danno più grave e forse irreparabile: ovvero delegittimare storicamente la sanità siciliana, giusto come in passato altri ambiti – la politica, l’economia, lo sport – hanno subito la stessa sorte segnando un confine insuperabile tra i cittadini e la cosa pubblica. E forse è già troppo tardi, gli interessi della criminalità organizzata nella sanità sono da tempo sdoganati sebbene si sia ancora lontani dal combatterli, ed anche i casi di malasanità hanno lasciato ferite profonde nell’immaginario collettivo raccontando la storia di una Regione – e di un Paese, diciamola tutta – nel quale il diritto alla salute non sia affatto garantito e debba invece mendicarsi tra destino e fortuna, cosa indegna di uno Stato occidentale del XXI secolo (si guardi però su quali modelli questo Stato è costruito).

La triste vicenda di Valentina Milluzzo apparentemente non c’entra nulla con queste considerazioni. La denuncia dei familiari sarà vagliata nel corso delle indagini, ma pur essendo all’inizio del percorso giudiziario l’effetto mediatico del caso ha già prodotto i suoi risultati, inspessendo il muro di sfiducia già in essere tra il cittadino e le strutture pubbliche. L’operazione “Bloody Money”, che investe l’ambito sanitario in tutt’altra vicenda, è pure ancora agli inizi ma c’è da credere che le sue pagine perseguiteranno a lungo il sogno di una sanità legale e sicura in Sicilia. Due verità attendono ogni storia: quella dei tribunali e quella delle pagine dei giornali. E questa settimana sopratutto la prima ha raccontato la Sicilia peggiore, senza speranza come la povera Valentina, morta per una disgrazia a cui si vuole per forza trovare un colpevole.