La scuola è parte integrante del processo di privatizzazione e decentramento delle attività sociali un tempo affidate alla cura dello stato e che, invece, in quella che Bauman definisce come la “società liquido-moderna”, vengono demandate alla responsabilità dei privati; “esternalizzazione” come oggi viene definita la tendenza a scomporre l’unità produttiva e a decentrarla in modo da abbattere i costi. L’istruzione non fa eccezione, poiché, nella visione “liquida” del mondo, a essa è affidato il compito di formare la schiera di individui consumatori che dovranno possedere le abilità richieste dal mercato.

La scuola “solido-moderna”, per quanto fondamentalmente classista, si poneva come scopo, accanto alla preparazione dei tecnici e dei lavoratori manuali specializzati, la formazione di una classe dirigente, e a ciò era preposto il liceo moderno. Questa classe avrebbe dovuto assumersi la responsabilità del governo della società e ad essa veniva dunque assegnato un ruolo eminentemente politico. La scuola e l’istruzione – come del resto la cultura in generale – venivano concepite non solo come il luogo dal quale sarebbero dovuti uscire i futuri produttori, ma anche e soprattutto come lo strumento privilegiato per preparare le nuove generazioni a dirigere e ad amministrare i processi sociali, compresi quelli economici. La scuola, e in particolare la scuola europea liceale, doveva presiedere al progresso della nazione e a formare individui capaci di interpretare le dinamiche storiche in corso e di dirigerle attraverso l’amministrazione dello stato. L’istruzione andava a rinfoltire le nutrite schiere di un apparato burocratico via via crescente, senza il quale non sarebbe stato concepibile nessuno sviluppo economico. La classe dirigente doveva essere composta non da tecnici, ma da individui in grado di avere una visione “olistica” della società, per afferrarne e guidarne i mutamenti più profondi.

Ecco come in questa scuola assumevano importanza discipline non legate direttamente alla produzione, come la letteratura, la filosofia, le lingue antiche, l’arte. In un contesto capitalistico veniva permesso e incoraggiato lo studio di materie la cui resa economica non era immediatamente riscontrabile, perché l’economia era posta sotto la mediazione della politica, la cui “arte” trascende il puro calcolo matematico (attraverso il quale determinare i profitti) e interessa la comprensione dei rapporti umani. Lo sviluppo capitalistico passava attraverso questa mediazione, ed è questo il motivo per cui la scuola, l’università, le accademie e la cultura in generale, potevano essere una sorta di “porto franco” del capitalismo nel quale le idee, entro certi limiti, potevano circolare liberamente e il sapere era sganciato dalle immediate finalità produttive.

Nella società “liquida” gli apparati centrali e il dirigismo statale vengono liquidati come anticaglie inutili e d’intralcio. Non viene richiesta alcuna mediazione e controllo sull’economia, poiché tutto è determinato dall’imperscrutabile e ubiqua “mano” del mercato. La scuola pertanto, quella liceale, ma anche quella universitaria delle facoltà umanistiche, viene svalutata, perché ad essa non è più richiesto di formare i futuri dirigenti della società, ovvero coloro che presiedano alla direzione dei processi sociali nel loro complesso, ma molto più modestamente di “sfornare” consumatori abili; l’istruzione deve dotare gli individui di quelle “skills” – per usare la parola inglese abusata dagli studi pedagogici degli ultimi anni – che sono richieste dal mercato. Ai neodiplomati e ai neolaureati si domanda una rapida integrazione nel processo di compravendita di lavoro e una rispondenza delle loro abilità agli standard ricercati dalle aziende. Tutte le riforme dell’istruzione degli ultimi anni in Italia, da quando è cominciato il processo di privatizzazione nel corso degli anni ’90 a oggi, sono finalizzate a mettere l’individuo nelle condizioni di potere e dovere interiorizzare le tecniche di compravendita che si richiedono all’acquirente-venditore. Non è necessario che quest’ultimo conosca il greco o il latino, che abbia letto la Divina Commedia o che sappia discutere dei filosofi presocratici. Necessita di saper parlare le lingue moderne, in particolare l’inglese, e di avere una preparazione di tipo tecnico o scientifico. Anche l’organizzazione del tempo di studio segue la razionalizzazione economica. I punteggi sono suddivisi in crediti e debiti e i vari istituti sono chiamati a formulare un’offerta formativa che, secondo il modello anglosassone, consentirebbe allo studente di scegliere tra diversi insegnamenti come tra merci. E ogni istituto, ogni ateneo, divengono unità separate che possono presentare la loro offerta nell’ambito di una concorrenza di mercato.

Con lo smembramento dello stato viene meno l’unitarietà della scuola nazionale; poiché non si esige più un ceto dirigente all’altezza, ma venditori di politica, al massimo efficienti agenti incaricati o “liquidatori”, “rottamatori” che facilitino le cose al mercato, il governo perde il controllo sull’istruzione che viene de facto, se non ancora de jure, privatizzata, demandata anch’essa ai mercati. In questo stato di cose il vessillo dell’autonomia, già sbandierato in sede amministrativa per gli enti pubblici, è il corollario ideologico con il quale il processo di decentramento suole presentarsi nelle vesti di libera scelta e di libero accesso individuale a un mondo di merci.