“Son morti i sanculotti, viva i sanculotti!” urlerebbe Luigi XVI se avesse ancora la testa. E’ un recente di Demos-Coop apparso su Repubblica, commentato dal solito Ilvo Diamanti, a registrare il trapasso degli epigoni dei rivoluzionati parigini. Lo studio è di particolare interessante perché invece di indagare il dato materiale si occupa della percezione dello stesso. Non la classe come dato di fatto dunque ma come identità. Ebbene, il ceto medio è in contrazione, una contrazione spaventosa. In quasi tutte le categorie sociali (tranne i liberi professionisti) la percezione di classe è peggiorata. Nel 2006 il 60% degli italiani riteneva di potersi iscrivere nell’aurea mediocritas, oggi circa il 39%. Gli unici che pensano di aver migliorato la propria posizione relativa sono appunto i liberi professionisti e alcuni piccoli imprenditori, forse più per il confronto con gli altri e dunque per un arretramento degli standard.

Tra gli operai il tracollo è stato drammatico, così come nel ceto impiegatizio, ed è un sondaggio che deve far riflettere, perché parla di come vediamo noi stessi nel tempo, il nostro ruolo nella società, e dunque ci fa ragionare sulle prospettive che ci diamo. Anche queste pertanto non sono rosee, anzi: il 66% degli italiani è decisamente pessimista riguardo al futuro, ed anche questo dato è tristemente in aumento.

Passiamo dalla misurazione della percezione a quella economica. L’Istat aggiorna ogni anno le proprie statistiche sui livelli di reddito. Il 19,4% degli italiani è a rischio povertà, il 6,8% è povero, e siamo sotto la media europea come spesa a sostegno dei soggetti più deboli. Inutile ribadire l’ovvio: gli indicatori sono in peggioramento. La distribuzione della ricchezza (e del reddito) stanno diventando sempre più diseguali, seguendo il modello distopico americano. Si può aggiungere un dato empirico. Basta farsi una passeggiata in quel di Bologna centro, e vedere come i punkabbestia che andavano per la maggiore una decina di anni fa abbiano ceduto il posto ad uno stuolo di homeless. I senza fissa dimora in Italia sono oltre 50mila.

A suscitare curiosità, nel mezzo di questa devastazione sociale che si è abbattuta sul Paese e non accenna ad andarsene, è la totale accettazione passiva della stessa. Da qui l’accenno ai sanculotti. Nel corso della Rivoluzione Francese furono proprie le masse popolari di Parigi, quelle che oggi rientrerebbero nella fotografia scattata da Diamanti, a costituire il braccio armato della rivoluzione. I partigiani più radicali, quelli dei moti di piazza, della presa della Bastiglia e della svolta della Montagna erano prevalentemente impiegati, bottegai, operai, artigiani. Costoro, che non portavano le culottes come i loro compagni borghesi passati alla storia a colpi di pamphlets, preferivano la barricata al dialogo e divennero l’elemento fisico, fondamentale, della rivoluzione.

I sanculotti di oggi dormono piuttosto il sonno degli anestetizzati. Il confronto con gli altri Paesi europei è imbarazzante. La Loi de Travail francese ha visto migliaia e migliaia di persone in piazza, con manifestazioni ad oltranza e scontri; il Jobs Act italiano è passato alla chetichella, difficilmente solo in virtù del nome straniero. Il Ttip ha provocato moti di piazza in Germania e Francia, qui qualche migliaio di persone volenterose in quel di Roma. Anche quello che fino al ’93 fu un diritto/dovere del cittadino, ed il più semplice e meno impegnativo di essi, il voto, è stato prima desacralizzato e poi vilipeso, fino alla disaffezione. Che cos’è successo dunque?

E’ facile indulgere nell’autorazzismo e ricordare e ricordarsi continuamente le colpe degli italiani, popolo storicamente adattatosi a subire. Effettivamente un peso della tradizione in Italia è possibile riscontrarlo e si è potuto sposare, venendone esacerbato, con alcune correnti profonde che hanno attraversato la nostra società negli ultimi cinquant’anni.

L’individualismo spesso latente nel corso della nostra storia e imperante oggi impedisce risposte di comunità. Prevale l’ognuno per sé e Dio per tutti, così chi può scappa all’estero, lasciandosi alle spalle, chi con nostalgia e chi con malcelata soddisfazione, il Paese. Spesso sono i migliori, quelli che dovrebbero costituire la nuova classe dirigente, ad avere le potenzialità e le possibilità per andarsene. Agli altri non rimane che il lamento perpetuo.

Un altro aspetto antropologico fondamentale, che approfondisce la distanza tra i sanculotti della rivoluzione e quelli potenziali di oggi, riguarda il concetto di forza, di violenza. Attributo base dello Stato per Max Weber, e dunque attributo dell’azione politica, questa è invece uscita dalle nostre società. La continua svirilizzazione del maschio, e la contemporanea esaltazione di valori che Massimo Fini definirebbe femminili (empatia, pietà, sopportazione), e Machiavelli cattolici, hanno cancellato qualunque forma di epos eroico, riducendo l’uomo di oggi al vuoto guscio di sé stesso. Sopravvive una forma di violenza frustrata, del singolo sul singolo, criminale, ma non esiste più alcuna correlazione tra politica e forza.

I media hanno svolto la loro parte, determinando il clima d’opinione. Sfruttando quella che in gergo si definisce ignoranza pluralistica, come Noelle-Neumann insegna, hanno spinto la società attraverso il conformismo sociale su questi due binari: individualismo e passività. In questo modo all’istinto all’autoconservazione non rimane che la fuga, unica soluzione possibile una volta venuta meno quella attiva, quella politica.

Infine, il potere di oggi ha imparato a nascondersi, lasciando davanti a sé a mo’ di paravento una politica completamente delegittimata a livello morale (non è un caso che le uniche manifestazioni di piazza di successo negli ultimi anni siano stati i V-day di Grillo) e inane a livello pratico. Le mancano gli strumenti stessi per agire sul reale. Così, disperso in una questione morale vana e distraente, indaffarato a confrontarsi su diritti civili e sistemi valoriali, il cittadino dell’oggi non riesce più a dare spazio né al conflitto di classe né alla geopolitica. L’impressione è quella di un eterno presente, immutabile, nel quale le uniche novità possibili sono figlie della società civile, regolata dalla logica ferrea ed infallibile del mercato, rispettato e subito con incrollabile fatalismo. Dunque neanche più il voto per i sanculotti di oggi, che assistono passivi al proprio declassamento, in quanto inevitabile conseguenza della “congiuntura”. L’orologio della storia sta tornando indietro, o forse non è mai andato veramente avanti.