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Il “burattinaio” Renzi, continua la sua scalata ai servizi segreti italiani. Le dimissioni dell’ex sindaco di Firenze a favore dell’ascesa di Gentiloni, che a tutti è sembrata una sconfitta per il rottamatore del Pd, assomiglia sempre più ad una semplice mossa della lunghissima partita a scacchi che il fiorentino sta giocando da qualche anno a questa parte. Come fu per la sconfitta alle primarie del pd, che poi si rivelò in ogni caso un trampolino di lancio per la presidenza del consiglio, anche questa volta le sue dimissioni stanno avendo dei risultati positivi per la “banda di Firenze”. Infatti, il nuovo governo Gentiloni, più passano le settimane più si conferma un vero e proprio rimpasto del governo passato con un nuovo volto al comando che però in nulla differisce da quello vecchio che, da dietro le quinte, continua a manovrare e a posizionare gli uomini chiave. L’obiettivo finale è il controllo dei servizi segreti nostrani. L’esecutivo Renzi-Gentiloni spostando Angelino Alfano agli Esteri e posizionando Marco Minniti alla guida dell’Interno ha «trasformato» il Viminale in una succursale del Nazareno. Incarichi e deleghe sono state affidate agli uomini di Renzi che, dalla sua Firenze, controlla i dossier più delicati che riguardano la sicurezza degli italiani.

Il Ministro Minniti, esponente di spicco del Pd, un passato nella corrente dalemiana, oggi fedelissimo dell’ex sindaco di Firenze, tanto che Renzi quando sedeva a Palazzo Chigi, lo aveva voluto come sottosegretario alla presidenza del Consiglio affidandogli la pesante delega dei Servizi Segreti: la stessa delega che oggi si trova nelle mani dell’attuale presidente del Consiglio Pd Gentiloni. Non finisce qui: il numero due del Viminale è Filippo Bubbico, senatore con in tasca la tessera dei democratici, vicino all’area dell’europarlamentare lucano Gianni Pittella. Dal Nazareno arriva l’intera squadra del Ministro dell’Interno, perché sempre dal partito democratico arrivano gli altri due sottosegretari: Gianpiero Bocci, deputato del Pd e Domenico Manzione, magistrato voluto al Viminale dall’ex presidente del Consiglio Renzi. Il Pd in questo modo ha accesso a tutte le carte dei servizi segreti, un vero e proprio monopolio renziano sui dossier più caldi della sicurezza: dall’immigrazione al terrorismo, dal controllo delle consultazioni elettorali, all’ordine pubblico.

Domenico Minniti ministro degli Interni del governo Gentiloni
Le nomine erano cominciate già con Renzi premier che ovviamente, a suo tempo piazzò il generale Giorgio Toschi al vertice della Guardia di finanza, il corpo più coinvolto nelle inchieste che stanno lambendo collaboratori e parenti del premier a Firenze e in altre contrade, il premier ha poi scelto il capo della Polizia Franco Gabrielli e il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette. Ma il vero interesse di Renzi risiede nell’Aisi (l’Agenzia informazioni e sicurezza interna), di cui lo stesso Gabrielli è stato per anni il direttore. L’ex premier inizialmente voleva posizionare Emanuele Saltalamacchia, suo uomo fidato, ma non ha potuto a causa dell’impossibilità di metterlo a comandare un superiore in grado, nello specifico il vicedirettore Mario Parente, divenuto poi direttore, il generale è quindi rimasto a comandare la Legione carabinieri della Toscana dove era a capo dal 2014.

Renzi non si scoraggia e punta alla vicedirezione dell’Aisi con Valerio Blengini, un capodivisione facente funzione di caporeparto: il suo ufficio coordina i centri periferici dell’Aisi di tutta Italia. Un interno dunque, uno 007 di mestiere che, caro anche all’ex direttore Gabrielli, non avrebbe però i requisiti adatti: il grado di Blengini è di capo divisione pur svolgendo le mansioni di caporeparto dove però per diventarlo a tutti gli effetti bisogna averne guidato uno per almeno tre anni. Blengini è in carica dei centri solo dalla primavera del 2015 e così per essere nominato vicedirettore (e contemporaneamente prefetto) dovrebbe fare un doppio scatto di carriera. Ovviamente la cosa non è stata ben vista, a cominciare dagli altri caporeparto, operativi da più anni nei rispettivi ruoli. Blengini, toscano come Gabrielli, seppur di adozione, farebbe parte anche lui del piano di toscanizzazione di tutti i posti chiave della macchina amministrativa italiana.

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Antonella Manzione, ex capo dei vigili urbani

Antonella Manzione è poi un’altra pedina dello schema del potere di Renzi: nominata ai tempi di Firenze capo dei vigili urbani, siede oggi al Consiglio di Stato in quota Renzi, ed è la persona che secondo Dagospia dovrebbe sciogliere il nodo che impedisce a Blengini di essere nominato. Nel frattempo, per non sbagliare, Blengini è stato promosso caporeparto e sembrerebbe che i tasselli stiano andando tutti al posto giusto. Il cambio di governo ha di fatto favorito le manovre del “giglio magico”, favorendo la possibilità di fare nuove nomine come quella famosa di Boschi a sottosegretario della Presidenza del Consiglio e la tentata, ma infine fallita, nomina di Luca Lotti a capo della delega per i servizi segreti che infine si è tenuto lo stesso premier Gentiloni. L’ossessione per i servizi, la cricca di Renzi, ce l’ha sempre avuta, famosa fu la gaffe che l’allora presidente del Consiglio fece dalla Gruber durante il programma Otto e mezzo:

Renzi si lascio sfuggire che l’Eni è parte dei servizi segreti italiani creando non poco scompiglio nel panorama politico e mettendo a repentaglio tutto il personale Eni che lavora in zone di crisi.

Renzi manovra tutto, ma anche a lui capita quindi di perdersi qualcosa: notizia freschissima è la bocciatura delle nomine del sottosegretario Meb (Maria Elena Boschi, come la chiamano nell’ambiente, ndr) da parte del premier Gentiloni. Si tratta di quella di Cristiano Ceresani a responsabile del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi e quella di Roberto Cerreto a vicesegretario generale, inaccettabile perché la Boschi può già contare sul segretario generale Paolo Aquilanti. Pare che però l’ex sindaco di Firenze non si sia curato della vicenda e che invece faccia sempre più combutta con Luca Lotti, proprio per mettere a punto la strategia che piano piano li sta portando ad occupare i posti di potere all’interno dell’amministrazione pubblica, con un interesse principale, come abbiamo detto, per i servizi segreti.

Maria Elena Boschi e Luca Lotti

Maria Elena Boschi e Luca Lotti

Di qualche mese fa la vicenda mai chiarita veramente che avrebbe visto coinvolto Matteo Renzi insieme al Mossad, il servizio segreto israeliano. L’agenzia avrebbe sovvenzionato la campagna elettorale di Renzi per le primarie del Pd, tutto tramite il Gianni Letta di Renzi, l’ormai arcinoto Marco Carrai. Ultimo ma non per importanza, uomo di fiducia di Renzi, vero e proprio fund raiser e uomo dell’ombra dell’ex presidente del Consiglio. Un lungo articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano spiega bene, tutte le implicazioni e i loschi affari che Carrai ha avuto dall’ascesa politica di Renzi fino ad oggi, con faccendieri, lobbisti e uomini del Mossad, tra società create ad hoc e fusioni non proprio limpidissime.

Matteo Renzi non è più premier, ma continua a tessere le sue trame dalla piccola provincia, mentre fa finta di scrivere il suo libro, prossimo all’uscita.

È opportuno tuttavia che faccia attenzione al neoeletto Gentiloni, in politica da 30 anni, che con un accorduccio di là e una bocciatura di nomina dall’altra parte sta costruendo anche lui la sua squadra di governo e forse potrebbe non risultare così affidabile come sembrava all’inizio.