Il Partito della Nazione di Renzi prende forma. Una botta al centro, una destra, una a sinistra. Da un lato la stretta sulla scuola e sulla riforma elettorale: dirigismo, decisionismo, leadership continentale sullo stile delle altre democrazie europee. D’altro canto la necessità di non disperdere totalmente i voti a sinistra. Il caso Pastorino, in Liguria, ha dimostrato infatti che spazio politico per una “cosa di sinistra” c’è, eccome. Che le tematiche sociali care all’ala sinistra del Partito Democratico possono essere rappresentate anche al di fuori del partito di maggioranza e che anzi sono più facilmente recepite se poste da un’area più filosindacale, quell’area che Renzi chiama “la sinistra masochista”. Allora, mentre gli spettri di Landini e Civati si manifestano, diviene pressante la fretta di un’apertura sui diritti civili in modo deciso. L’urgenza di qualcosa che sposti a sinistra il baricentro dell’azione governativa. Per inverso, mai sono state abbandonate la verve cattolica e l’aplomb da leader moderato, qualità entrambe ottimali per tenersi stretto l’elettorato centrista italiano, da sempre decisivo in materia d’elezioni. Un partito pigliatutto, insomma:buono per i centristi, per i progressisti e per i conservatori. Tuttavia, le percentuali della scorsa tornate elettorale dimostrano che di spazio ce n’è. L’astensione, anzitutto, è il segnale di come l’offerta politica non corrisponda alle esigenze della domanda degli elettori. La crisi economica, storicamente, ha sempre portato con sé un grosso calo di partecipazione elettorale.

L’attuale come le altre. Idealmente, inoltre, pare ci sia un’abbondante ricerca di rappresentanza fuori dalla nuova grande Dc disegnata dal Premier italiano. Il ” giochino”, quindi, potrebbe anche non funzionare per molto. La riforma della scuola è emblematica di come, per un eccesso di filoeuropeismo, Renzi possa arrivare a nemicarsi politicamente quasi un’intera categoria di settore che per decenni ha votato dalle sue parti ed avrebbe temuto che Berlusconi tentasse di fare, quel che il Presidente del Consiglio, prescindendo dalle aperture di questi giorni, sta tentando di fare. E poi la classe dirigente: l’ex Sindaco di Firenze ha ribaltato il tavolo delle gerarchie partitiche del Pd puntando tutto sulla rottamazione, si ricorderà. Tuttavia sul territorio, i leader vincenti corrispondono ai nomi di De Luca e di Emiliano. Non esattamente dei campioni della novità. D’altro canto, le rottamatrici- che per le regionali corrispondevano ai nomi della Moretti e della Paita- hanno perso, dimostrando che questo cambiamento è un ottimo passepartout per l’immagine nazionale, un viatico meno decisivo quando si tratta di raccogliere le preferenze sul territorio.

Come se non bastasse, la lista dei coinvolti nelle indagini su “Mafia capitale”, evidenzia, a prescindere dalle verità giudiziarie da attendere con garantismo, un coinvolgimento diretto della nuova Dc in tante responsabilità politiche difficilmente difendibili con le argomentazioni del “cambiare verso.” Si comincia politicamente a palesarsi, per Renzi ed il suo cerchio magico, la necessità di una seria riflessione sulla classe dirigente del Partito Democratico. Coloro che hanno vinto in Toscana, Umbria, Marche, Puglia e Campania non sono esattamente dei campioni del renzismo. Sicuramente non sono renziani della prima ora: vengono o dall’esperienza dei Ds o da tradizioni democristiane di vecchia data o ancora da esperienze esterne alla politica ma non sono affatto il risultato della tanto conclamata rottamazione. Il Partito della Nazione prende forma ma sembra quasi che di Renzi, sui territori, possa farne tranquillamente a meno.