“Fuori i partiti dalla RAI”. Erano in tanti a chiederlo all’inizio di questa legislatura. Con più o meno vigore, con faccia più o meno tosta, praticamente tutti, dentro e fuori la RAI, a cominciare dai partiti che non perdevano occasione di lanciare strali contro il famigerato “populismo”. Sia che si invocasse il modello BBC sia che si provasse a immaginare chissà quale via italiana al servizio pubblico televisivo, “fuori i partiti dalla RAI” era diventato lo slogan demagogico per eccellenza, un fantastico ossimoro: come dire fuori i procuratori dal calcio o gli speculatori dalla finanza. Tutti ne conoscevano l’inconsistenza, eppure tutti lo enunciavano, perfino quando arrivò il momento di nominare il nuovo cda. L’indecisionista Bersani, quello che aveva “non vinto” le elezioni, provò a smarcarsi: all’epoca del governo provò a dire “noi no” sulla divisione dei posti e dei pesci in consiglio di amministrazione, sollevando subito sospetti e allarmi tra coloro che pure continuavano a ripetere come androidi impazziti “fuori i partiti dalla RAI”. Provò a dire, Bersani, noi stavolta ci tiriamo indietro, non indicheremo alcun nome. La decisione -a suo modo clamorosa- del segretario Pd non poteva reggere: nel giro di un paio di settimane, sotto i colpi di un sistema partitico che alla sua RAI non poteva rinunciare, si annacquò, slittando sullo scivoloso piano della pluricitata “società civile”, delegando ad essa il compito:, col risultato di proiettare la strana accoppiata Colombo-Tobagi al settimo piano di viale Mazzini nel cda più “nascosto” che in Rai si ricordi, quello con l’ex Bankitalia Tarantola presidente; una coppia fatta della stessa pasta di quella Grasso-Boldrini partorita per le presidenze di Senato e Camera.

A dispetto di ogni proclama, i partiti erano sempre lì. Come la mucca in corridoio della metafora bersaniana, ma una mucca a cui nessuno si era mai sognato di rinunciare. Semmai di mungere. Perché storia della RAI e storia dei partiti hanno sempre fatto una cosa sola, da sempre, da quando si chiamava EIAR a dopo la riforma di metà anni Settanta che introdusse la lottizzazione perfetta nelle reti e nei tg: 1 a partito di maggioranza, 2 a chi lo sostiene e 3 all’opposizione.

Poi, dopo il fallimento di tutti i suoi piani di democrazia “sovrana” (Monti, i quaranta e rotti saggi per riscrivere le riforme, Letta) Napolitano si ritrovò di fronte, grazie allo sfascio di un partito cui l’indecisionista Bersani era riuscito a dare il colpo di grazia, l’agguerrito Matteo Renzi e il suo gruppo che dalla provincia toscana smaniavano dal conquistare le sacre stanze della mai così traballante élite romana; un gruppo di potere cresciuto negli anni Ottanta (quella delle tv commerciali berlusconiane) e fatalmente consacrato all’enfasi  comunicativa. Fu così che ricominciò la solfa dei “partiti fuori della Rai”, l’unico modo possibile per i nuovi rottamatori al potere di affrontare la questione pubblica televisiva. “Fuori i partiti dalla rai” è diventato così il leit motiv della riforma renziana; una riforma ancora incompiuta (l’attuale cda è stato infatti eletto ancora con la vecchia legge Gasparri, mentre il nuovo direttore generale ha tutti i poteri attribuitigli dalla nuova) che il 4 agosto del 2015 sfornò il nuovo consiglio di amministrazione e esattamente un anno dopo ha scelto le nuove direzioni delle testate informative, non senza aver prima allacciato il tanto criticato canone alla bolletta elettrica.

Il bello è che in certo senso il famoso “fuori i partiti dalla Rai” Renzi non si può dire non l’abbia rispettato. Sì, perché i partiti, dopo la sua riforma contano sicuramente meno di prima: contano meno i membri del cda nominati dalla vigilanza che ora avrebbero bisogno di una fantasmatica maggioranza di due terzi per contrastare le scelte del direttore generale (e che potranno essere “licenziati” in qualsiasi momento); conta meno la commissione di vigilanza cui la presidenza a cinque stelle (Roberto Fico) non sembra aver  assicurato nuova combattività, contano meno -indubitabilmente- i partiti, anche quelli d’opposizione, tutti partecipi peraltro alla solita lottizzazione andata in scena al momento di formare il nuovo consiglio di amministrazione (compresi i pur “a parte” cinque stelle, che invece di chiamarsi fuori designarono Carlo Freccero). A contare più di prima, molto più di prima, è solo uno, il direttore generale, equiparato di fatto ad amministratore unico. E’ lui il vero terminale operativo della rivoluzione renziana, di questa “rivoluzione” che sa tanto di restaurazione. Già, perché dato per scontata la fisiologica vocazione politica della RAI, la pur tanto criticata riforma del 1975, quella della “lottizzazione” (dove il democristiano doveva fare il democristiano, il comunista il comunista e il socialista il socialista) almeno un qualche pluralismo lo assicurava: uno a me, uno a te, uno anche a loro.

Questa di Renzi si può dire che quella riforma l’abbia rottamata, non già però verso il futuro, semmai in favore di un incredibile ritorno al passato, ai tempi in cui tutto il potere correva sull’asse DC Ettore Bernabei direttore generale e Amintore Fanfani presidente del consiglio, un asse che ricorda da vicino quello tra Antonio campo dall’Orto e lo stesso Renzi, sempre pronto  naturalmente all’occasione, come nel caso del recente scandalo dei maxi-stipendi, a far “filtrare” malumori contro la gestione aziendale. Sì perché dimenticavamo un piccolo particolare: la “rivoluzionaria” riforma di Renzi prevede che il direttore generale lo nomini di fatto (al di là di ogni giro di parole legislativo) il presidente del Consiglio e che solo a lui risponda…Il risultato tangibile lo abbiamo visto con le ultime 5 nomine: i direttori delle reti informative (televisive e radiofoniche) non rispondono più come in passato alla classica logica distributiva, ma sono solo frutto delle scelte di una direzione generale che nel nuovo cda (tre su nove i voti contro, ieri) incontra la resistenza di un coltello caldo su un panetto di burro. Una rivoluzione-restaurazione che nemmeno Berlusconi aveva mai immaginato e passata nell’imbarazzante silenzio proprio di quel mondo liberal-progressista sempre pronto a scendere in piazza contro la versione “arcoriana” della democrazia, ma che ora, di fronte ai riflettori di “teleRignano” non trova nulla da dire…