Secondo l’Istat in Italia al dicembre 2011 sono circa trecentomila le organizzazioni non a scopo di lucro (o “onlus” o “no-profit”). In dieci anni sono aumentate del 28%, mentre il personale impiegato è maggiore del 39%. La presenza del volontariato e delle onlus è sempre più evidente,  nella comunicazione, nella pubblicità, nei discorsi politici (al centro di un progetto legislativo in corso) nei centri urbani e attraversa tutti i settori della società, dalla sanità allo spettacolo, dalla cultura all’assistenza per categorie disagiate, dall’ambiente allo sport. La crescita del “privato benefico” sembra procedere di pari passo con la contrazione del pubblico e il ridimensionamento dello Stato.

Evaporata, almeno in parte, l’illusione sull’equilibrio naturale del mercato, sul successo e il benessere perseguibili individualmente attraverso l’autopromozione di se stessi in un regime concorrenziale, ci si scopre insicuri e fragili, drammaticamente esposti alle avversità di una vita priva di protezioni sociali e di sistemi comunitari. Contemporaneamente, però, non si assiste a un ritorno al pubblico, anzi questo subisce una colonizzazione del privato. Lo Stato, paradossalmente, non tenta più di legittimarsi, ma di delegittimarsi, alla ricerca non del modo di aumentare il controllo sulla società e sugli individui, ma di cederlo, di privatizzare anche quelle che fino a poco tempo fa erano considerate sue prerogative inalienabili. A questo processo fa riscontro un’immagine di assoluto discredito presso i cittadini (ormai solo formali) che ne rifiutano l’autorità, ripiegando sulla loro individualità. La politica non è più considerata lo strumento per l’organizzazione della vita in una comunità, soprattutto perché “vita comunitaria” assomiglia sempre più a un’espressione priva di significato. Venendo meno un destino comune sembra realizzarsi la profezia thatcheriana sull’inesistenza della società. La crescente individualizzazione non ha aperto nuovi orizzonti di libertà. La libertà di cui gode l’individuo postmoderno è quella del consumatore, che può scegliere tra diverse marche e prodotti ma non può scegliere di non scegliere, di sottrarsi al gioco della compravendita di merce, gioco nel quale egli è coinvolto solo apparentemente come soggetto, quando invece egli stesso è prodotto e merce da vendere (e da autopromuovere). Attanagliato da un’angoscia sorda e indecifrabile, privato di ogni “via d’uscita” fosse anche sublimata o simbolica, tanto più politica, all’individuo non rimane che un disincanto fragile, un’insoddisfazione irriflessiva che non può esprimersi se non in lamento afasico. Tra la Scilla della depoliticizzazione e la Cariddi del mercato globalizzato non rimane che affidarsi a un volontarismo e a un sentimentalismo ingenui come ultima spiaggia.

Le associazioni di volontariato sono un tentativo rapsodico di colmare il vuoto lasciato dal ritiro dello Stato. Il carattere “non lucrativo” serve ad assicurare sulla genuinità dei sentimenti e sull’aiuto “disinteressato” offerto che non può provenire da attori economici; ma si connotano anche come “privato”, aggregato distinto dall’apparato statuale e dal pubblico, di cui non condivide il discredito. Questo le rende fondamentalmente impolitiche, e questa distanza dalla politica viene rivendicata e presentata come garanzia di affidabilità e disinteresse (mentre la politica è il luogo degli interessi collettivi). E tuttavia, proprio per questo, il volontariato non potrà andare mai oltre la connotazione di “ammenda sociale”. Esso non può influire nelle dinamiche reali se non “attenuando” certi effetti disgreganti senza mai fermarli, accompagnare la società verso una morte lenta.

Il volontariato ricade in quello stesso meccanismo i cui effetti vorrebbe arginare. Non si pone quale interprete di una ricomposizione sociale, ma come afflato generoso del singolo verso il suo simile. La mancanza dello scopo lucrativo lo pone fuori dal gioco della concorrenza, ma il carattere impolitico lo tiene avvinto alla coscienza frammentaria dell’esistenza. Esso è costituzionalmente manchevole di un telos, un fine collettivo che solo una dimensione politica rende possibile. Solo la politica può rivendicare un progetto razionale di società, solo la politica può arrestare il processo disgregante e ricollocare il soggetto in un destino comune che lo renda individuo comunitario, cioè artefice della propria esistenza singola e nel contempo membro di una comunità e partecipe di un progetto condiviso.