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La situazione che si sta profilando per il prossimo 4 dicembre ridefinisce idee e pareri, e ne mette in discussione le ragioni. Infatti, qualsiasi valutazione elettoralmente vincolante sarà comunque pretestuosa ed errata: a prescindere. È praticamente non ipotizzabile che la scelta di voto sia orientata dalla sensibilità accademica ed intellettuale a cui ci si dovrebbe riferire dinanzi a circostanze così delicate. Sia che si desideri confermare il testo della riforma, sia che si confidi ardentemente di bocciarne relatori ed contenuti, soltanto un’esigua minoranza di settore – venuta su a pane e cavilli giuridici – sarà effettivamente in grado di decretare un giudizio organico. Tant’è che, nel recente periodo, esimi costituzionalisti hanno spesso suggerito di rimodulare l’opzione legislativa che consente ai governanti – in teoria, delegati dalla comunità per amministrare questioni collettive su cui la base dovrebbe interrogarsi esclusivamente in via dibattimentale – di “educare” l’opinione pubblica alla logica della abrogazione.

Il popolo in qualche modo viene sempre fregato. Gattopardo docet

Non è dato sapere se i cultori della Costituzione si riferissero principalmente alla (pressoché mediocre) capacità nostrana di incanalare il dibattito pubblico verso i confini della maturità intellettiva. Soprattutto, se il monito si riferisce ad un popolo che facilmente si lasci abbindolare dalle premeditate fandonie dei salotti televisivi ed accechi alla vista del psichedelico bagliore dello spettacolo. Nella fattispecie, vedasi Grande Fratello e affini, che continuano a proliferare nei palinsesti, malgrado le aspre e pesanti critiche e senza che nessuno provveda a modificare l’assetto della proposta mediatica. Fermo restando che ovunque vi sia un’offerta – scadente e torbida -, vi sia una domanda – altrettanto sguaiata e marcia. Da qui, i dubbi sovvengono molteplici e tumultuosi, e fanno largo alla tristezza della compassione: trascorrere le proprie giornate in balia degli accadimenti all’interno di una casa a circuito chiuso e prescindere da questi, trepidando in attesa degli sviluppi settimanali, appaiono come un’offesa eretica nei riguardi della storicità e dell’eredità culturale dell’identitaria tradizione legislativa italiana.

Stefano Benni, l'inventore del termine "Kual Kultura"

Stefano Benni, l’inventore del termine “Kual Kultura”

A circa un mese dal quesito referendario, c’è da essere davvero convinti che una realtà per lo più massificata come quella italiota, dopata di Grande Fratello VIP e di macchiettismo di “una certa Kual Kultura” – ben dissertata da Stefano Benni -, sappia dirimere costruttivamente sulle sorti del nostro retaggio normativo? Di certo, si scorge l’insensatezza di delegare ad un popolo notoriamente di cerchio-bottai lo stravolgimento della Carta Costituzionale, al netto appunto dell’incompetenza tecnico-giurisprudenziale di molti e della faciloneria di una folta schiera di cervelli mandati all’ammasso dalla mitizzazione del tubo catodico. Generalmente, i vantaggi dello strumento referendario sono infiniti in un’ottica principalmente consultiva, ma non possono invadere il campo della cogenza, divenendo un mezzo potenzialmente deleterio. Principalmente, alla luce di piazze sballottate dalla propaganda relativista del decadentismo culturale contemporaneo, dove la preparazione sui concetti e la pienezza delle argomentazioni vengono scambiate per frivola visibilità e per deflagrante successo. Ebbene sì, è bene ammetterlo: per i fautori di cotanto scempio, si risponde con le pernacchie.