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L’Italia è una Repubblica fondata sui voucher. Lo conferma il rapporto della UIL secondo cui nel 2016 ne sono stati venduti 145 milioni, con un aumento del 32% rispetto all’anno precedente e addirittura del 27000% rispetto al 2008. Proprio nel 2008, anno a partire dal quale ne è cominciato un uso massiccio, furono liberalizzati al punto da invadere il mercato. Secondo Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro in Parlamento, si tratterebbe non di abolirli ma di “correggerli”. Ciò già di per sé suggerisce la mancanza di volontà nel porre un argine serio al fenomeno

La storia delle condizioni lavorative in Italia negli ultimi due o tre decenni è una lunga sequenza di crescita continua dello sfruttamento attraverso la liberalizzazione totale dei mercati e l’introduzione di forme contrattuali sempre più flessibili. Prima il leggendario “posto fisso”, oggetto di demonizzazione e di una campagna mediatica infamante, è stato di fatto cancellato dall’orizzonte dei lavoratori italiani (come europei) e sono così proliferati i contratti a tempo determinato; infine nuove forme di precarizzazione totale hanno soppiantato anche i normali contratti a termine, e il ricorso ai voucher ne è un esempio.

I voucher venduti a gennaio-ottombre nel triennio 2014-16 (88mm x 100mm)

la crescita esponenziale dei voucher (ANSA)

Tutto iniziò con l’abolizione della cosiddetta “scala mobile”, cioè il meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione. Inizialmente essa fu tagliata nel 1984 e poi, grazie al governo Amato, soppressa definitivamente nel 1992. Con la fine della scala mobile si concludeva anche la stagione di avanzamento dei diritti del lavoro. Da allora è cominciata la fase “controrivoluzionaria”, volta a ripristinare forme di sfruttamento e un rapporto tra capitale e salario assolutamente favorevole al primo. I governi che si sono succeduti, con il pretesto del “ce lo chiede l’Europa” o “i mercati”, e in nome della “modernizzazione”, hanno attuato una serie di controriforme regressive che hanno instaurato una vera e propria tirannia neoliberale nella quale nessuna istituzione rappresentativa (dai partiti ai sindacati) è in grado di contrastare “le magnifiche sorti e progressive” del capitalismo neoliberista. L’abolizione dell’articolo 18 è anch’essa avvenuta attraverso tappe graduali che hanno scandito un percorso, iniziato con il referendum del 2003, e conclusosi con gli ultimi governi che hanno di fatto scardinato l’impianto dello Statuto dei Lavoratori. Il Jobs Act è l’ultimo esito della strategia gradualista del neoliberismo che adesso giunge a compimento, fortemente ispirato alla riforma Hartz ideata dai socialdemocratici tedeschi, la quale ha liberalizzato il mondo lavorativo in Germania costringendo i lavoratori a scegliere tra sfruttamento e la rinuncia alle integrazioni del salario.

La flessibilità è stata presentata dai media come “un’opportunità” per i lavoratori, e sulla base di questa retorica si è proceduto a istituire contratti con sempre minori garanzie. Ma la vera opportunità l’hanno avuta i capitalisti, che hanno potuto aumentare i profitti attraverso esternalizzazioni e ristrutturazioni. In un momento, infatti, in cui vi era la necessità per il capitalismo di disinvestire dalla produzione e di finanziarizzarsi in misura crescente, le riforme del lavoro sono andate incontro a questa esigenza delle oligarchie. L’Italia aveva un impianto legislativo fortemente protettivo, almeno se confrontato a quello di molti altri paesi a capitalismo avanzato. Questa forma giuridica, che il capitale aveva accettato nel corso del Novecento all’interno di un necessario compromesso col salario, non corrispondeva più alle nuove esigenze del profitto, che non erano più fondate sulla crescita degli investimenti, ma sulla decentralizzazione produttiva. Le tutele allora apparivano come un pesante fardello che gravava sul bisogno di “leggerezza” del nuovo capitale. La conseguente campagna mediatica volta a descrivere queste tutele come “rigidità” da superare, fu ispirata non dal desiderio di ammodernamento o di crescita dell’occupazione (e infatti quasi tutti gli studi oggi dimostrano che la flessibilità non serve a contrastare la disoccupazione) ma dalle nuove istanze del capitale globale.

24 marzo 1984: sciopero CGIL contro taglio della scala mobile
La sinistra ufficiale, non meno della destra, è stata tra i principali promotori della restaurazione antilavorista. La cosiddetta “flexycurity” (contenuta anche in “Europa 2020”, l’agenda dell’Unione Europea su temi quali occupazione, innovazione ed energia) in nome della quale si è proceduto allo smantellamento delle tutele – e che si presentava come un compromesso tra una flessibilità vista come necessario adeguamento alla globalizzazione e alla mercatizzazione della società e la sicurezza lavorativa – è stata in realtà la distruzione completa del tessuto di protezione del lavoro costruito dai movimenti popolari, dalla sinistra novecentesca socialista e comunista e dall’intervento dello Stato nell’economia. Venuti meno questi tre agenti, la propaganda neoliberale ha fatto irruzione celebrando l’inizio di una nuova era di prosperità individuale e individualista. Il superamento di tutte le barriere e l’abbattimento dei “muri” costituivano lo spartito della marcia trionfale del capitalismo postmoderno.

Ma la realtà è un muro invalicabile anche per la più pervicace propaganda

Un muro contro cui le illusioni alimentate da trent’anni di apologia del mercato stanno oggi andando in mille pezzi. Le oligarchie continuano a dettare la loro agenda; l’ultimo diktat, la neutralizzazione del contratto nazionale, come richiesto dall’Unione Europea. Ma per quanto è sostenibile una “postmodernizzazione” forzata non sorretta – non più – da alcun consenso popolare, e anzi sempre più in aperto contrasto al volere delle popolazioni che la subiscono? È una domanda inedita alla quale solo la Storia potrà dare una risposta. È vero che oggi il dominio oligarchico fa a meno del consenso, ma è anche vero che non esiste, almeno non ancora, alcun efficace “catalizzatore” del dissenso. Qualsiasi sia la risposta, non si potrà fare a meno del lavoro e qualunque progetto di società non potrà non tenerne conto. Per quanto oggi non goda della centralità che gli era assegnata dall’industria fordista, rimane l’esigenza insopprimibile di ripensare a una nuova organizzazione della produzione e del lavoro.