Ciò che traspare dalle cronache di Caserta dei giorni scorsi, è un paradigma istantaneo: la totale pigrizia coincide proporzionalmente con una zoppicante intelligenza. Altrimenti, non si spiegherebbe per quale ragione la temerarietà di alcuni impiegati statali vada oltre ogni immaginazione. Dall’ingegno dello scatolone per celare il volto della vergogna, all’abilità del timbro multiplo, passando per la determinazione dei già citati alfieri casertani, impavidi epigoni di un’incresciosa condotta. Sebbene goliardici, gli episodi di inoperosità iniziano ad alloggiare troppo spesso negli uffici pubblici, e la pratica sta diventano tanto comune, quanto fastidiosa. Quando la contemporaneità sgambetta persino le basiche certezze di vita – vedi il diritto ad una casa e, soprattutto, ad un lavoro -, il vezzo dell’ozio non può essere tollerato nel luogo ove la professione si esercita.

Una soddisfacente risposta alla tutela della funzione pubblica, però, non giunge nemmeno dalle impegnate stanze di Palazzo Chigi, nonostante la Madia si sia prodigata ad elaborare un decreto legge che potesse sbloccare definitivamente una situazione in stallo da diverse decadi. Peccato che gli interessi da preservare siano sempre di natura politica, e che il merito delle questioni subisca la canonica derubricazione. Piuttosto che alleggerire il carico dei cavilli della giurisprudenza in tema di lavoro, e assaltare le scrivanie dei furbetti del cartellino, i tecnici del Ministero per la Semplificazione hanno deciso – come spesso accade – di colpevolizzare la categoria, e di celare l’immobilismo di Renzi sotto la verbosità di un legiferare pesante e distruttivo. Innanzitutto, la poco oculata scelta di ripudiare l’attività indeterminata e di abrogare l’aumento automatico di stipendio con gli scatti di anzianità, si incasella nel mosaico della scelleratezza renziana di rimediare ad una singola inadempienza tramortendo un intero sistema.

In secondo luogo, le conseguenze di tale smantellamento si riverseranno di riflesso sulla società civile meno protetta dalle stanze del potere. La lacerazione dell’agognato “posto fisso” nel pubblico impiego, non è propriamente un merito del testo unico del Ministro Madia: semmai, è un retaggio che il mausoleo Italia si trascina faticosamente dietro da circa trent’anni, senza che sia mai giunto a capo d’una plausibile soluzione. Quest’ultimo tentativo, poi, appare un arrangiamento forzato per rispondere alla carenza di laboriosità dei dipendenti truffaldini dei recenti mesi. Nascondere dietro un plico di scartoffie legislative l’irresponsabilità di non aver avuto un pugno di ferro contro i lavativi, minaccia di precarizzare ulteriormente il ceto medio, riducendone le opportunità occupazionali, e lasciandolo stagnare nella instabilità socioeconomica. La premiata ditta Renzi-Madia colpisce (male) ancora!