Il processo disgregante della postmodernità poggia sulla differenza. La differenza disarticola il discorso della modernità, che invece tendeva all’unitarietà del reale, seppure rivoluzionaria, perché contrapposta a tutti gli altri sistemi organici premoderni. La modernità si concepiva in conflitto con l’ordine arcaico, ma mirava a creare un nuovo ordine unitario.

La postmodernità, invece, per certi versi porta alle estreme conseguenze la rottura del moderno, essa non solo si contrappone all’ordine del passato, ma a qualsiasi ordine edistrugge il progetto di costruire un modello unitario. A livello politico ciò significa che:

La tendenza a collettivizzare e centralizzare gli interventi riguardanti il mantenimento della purezza e l’instaurazione dell’ordine viene oggi sostituita dalla tendenza a deregolarli e privatizzarli. Si notano, da una parte, un diminuito interesse delle autorità statali a propagare un unico, esclusivo e onnicomprensivo modello di ordine, nonché una crescente indifferenza verso la presenza contemporanea di modelli tra loro contrastanti e insofferenti di compromessi; dall’altra parte appare sempre più chiaro che la ‘spinta alle soluzioni definitive’, una volta così caratteristica dello spirito moderno, sfiorisce e si spegne; intanto la guerriglia condotta dalla modernità contro la tradizione perde il suo slancio; cala l’entusiasmo (e cresce l’avversione) per un modello di ordine onnicomprensivo dove ogni cosa stia al suo posto e ci sia un posto per ogni cosa; tutto sommato nel mondo sono sempre più numerose le forze interessate a che la differenziazione, la confusione e il disordine delle condizioni di vita umana e della vita tout court perdurino e si intensifichino*

Con la scomparsa di quelle che Lyotard definiva “grandi narrazioni” viene meno l’ambizione di costruire un modello unificato del sapere, il quale invece si fonda sulla paralogia, ma viene anche meno ogni tentativo politico, sia emancipativo che autoritario, di organizzare compiutamente la realtà sociale.

In Italia abbiamo assistito alla liquidazione della metanarrazione marxista con la trasformazione del PCI in partito fluido, mutevole, attraverso una serie di tappe che ne hanno in pochi anni ridefinito di continuo la sua identità. Le identità “fluide”, che sono una caratteristica degli individui postmoderni, i quali devono essere adattabili al movimento continuo e al “moto browniano” al quale sono sottoposti, sembra valere anche per i gruppi sociali. La metafora del “gregge”, o del “branco” che serviva a descrivere organizzazioni sociali omogenee in sistemi ordinati, risulta inadatta alla condizione attuale. Sarebbe più lecito parlare di “sciami”, come ha proposto Bauman, gruppi uniti in modo molto labile da tendenze generali, mode, rapidi nel costituirsi e nel mutare forma e altrettanto rapidi nello sciogliersi.

Questa caratteristica si riscontra anche nei gruppi politici. La stabilità e la solidità dei partiti della Prima Repubblica, è stata rimpiazzata da una mutazione incessante. Hanno dovuto demolire la loro identità moderna per ridefinirla continuamente. La nuova identità dei partiti attuali però non è strutturata, non si è costituita attraverso uno sforzo continuo degli intellettuali e delle avanguardie, ma qualcosa di effimero, pronto ad essere sostituito come un indumento.

Questa identità fluida riguarda tutti le formazioni politiche attuali, sia quelle di sinistra che quelle di destra. Tra le prime, si è assistito, dopo la dissoluzione del PCI e la scomparsa della narrazione marxista, a una scomposizione e ricomposizione continua, a una mutazione delle forme, dei nomi, dei loghi e delle sembianze, ma senza un lavoro che ridefinisse seriamente la nuova identità. Questa deve restare indistinta, per far fronte al policentrismo sociale e adattarsi alle sempre nuove domande del mercato elettorale.

Il PD si costituisce come magma polimorfico contrapposto a ciò da cui è emerso, il Partito Comunista. Mutando da partito strutturato a comitato di consumatori politici, rinunciando al discorso emancipativo, si è incaricato di farsi il “liquidatore” ufficiale dello Stato italiano, dislocandone le funzioni e delegandole al mercato.

Tra i partiti di destra si assiste a una analoga fluidità che può essere ben rappresentata da un partito come la Lega Nord. La Lega nasce come un partito regionalista, federalista e antistatalista. Essa può essere definita come il primo partito italiano postmoderno. Nel suo particolarismo la Lega incarna la tendenza alla decentralizzazione della postmodernità, sostituendo al dualismo destra-sinistra, o capitalismo-socialismo, quello centro-periferia. Si pone in aperta polemica contro il centro, chiedendo la regionalizzazione dello Stato italiano e la privatizzazione delle sue prerogative per arginare ciò che viene definito ‘“assistenzialismo”, ovvero l’ideale universalistico del moderno Stato-Nazione. La Lega accoglie le richieste di una società che non concepisce più un centro unificatore, teorico o pratico, un principio ordinatore del reale; ma nello stesso tempo, e solo apparentemente in modo paradossale, si appropria man mano, ridefinendosi, di alcune istanze “reazionarie”. Raccoglie quelle che sono le proteste delle periferie, degli esclusi dalla polarizzazione della società; fa leva sulle conseguenze stesse della decentralizzazione e differenziazione che invoca, e si appella alla paura dello straniero (diffusa presso gli strati sociali periferici della postmodernità) lamento disperato e incoerente degli esclusi dalla libertà consumistica, che sono le vittime dell’assenza di un centro, della mancanza di punti fermi, della dislocazione centrifuga e della scomparsa di ogni progettualità dalla vita postmoderna.

Gli stessi concetti di “destra” e “sinistra”, come quelli di “progresso” e di “conservazione”, rischiano di cedere in un’epoca che è priva delle coordinate spazio-temporali. E infatti un non-partito si fa interprete della demolizione della dicotomia destra-sinistra e di ogni residuo di narrazione moderna, il Movimento Cinque Stelle, il quale intende rifiutare ogni categorizzazione politica. I Cinque Stelle sono, per così dire, il punto culminante della politica postmoderna, che è poi una non-politica, o post-politica, perché l’idea stessa di progettualità del politico viene messa in discussione.

Il postmoderno rifiuta il politico in tutte le sue formulazioni, sia come ordine metanarrativo – nel discorso emancipativo come in quello funzionale organicista – sia come prassi comunicativa (ad esempio in Habermas) e ricerca del consenso. Le differenziazioni, infatti, tendono a erodere il terreno comune sia per il dialogo che per il conflitto; in questa disorganicità la ricerca del consenso diventa sempre più complicata. I Cinque Stelle respingono sdegnosamente le pratiche della “vecchia politica”, i compromessi, le trattative estenuanti, le mediazioni e ogni tentativo di costruire i presupposti per il consenso. Essi fanno appello direttamente alle “richieste del cittadino”, cioè gli echi della postmodernità, i rumori di fondo. Si fanno portavoce dell’insofferenza nei confronti della politica, e della smania di differenziazione e disgregazione.

L’unica politica ammessa (che in verità sembra più una sua ombra sbiadita) è quella locale, decentrata, che sfugge al livello macro per rifugiarsi nel micro, nelle questioni particolari, in segmenti circoscritti della società, uniche sedi nelle quali si pensa possibile la ricerca di un consenso che non risenta delle spinte centrifughe. Una postpolitica che dissolve l’essenza stessa della politica – che consiste nell’estensione e non nella contrazione della sfera pubblica del discorso, nella ricerca di fini collettivi, la quale prevede una metanarrazione – per conservarne soltanto un simulacro, una pallida imitazione che non è in grado di influire nei processi sociali, perché incapace di raggiungere un grado accettabile di coordinazione tra gli individui.

*    Z. Bauman, Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano, 2007, pp. 13-14