Le proteste clamorose ed esibizioniste invadono la rete e “mobilitano” uno sciame di “coscienze indignate”. Le Femen che si denudano in pubblico, gli scioperi della fame e della sete, le provocazioni scioccanti di alcuni animalisti, i gay pride, le “sentinelle in piedi” e le marce degli scalzi. L’ultima trovata è quella di certe femministe che hanno deciso di urinarsi addosso per “solidarietà” nei confronti delle vittime di stupro e di inviare le foto su twitter.

La volgarità, l’ostentazione, il kitsch, le allusioni sessuali in ogni circostanza, la ricerca dell’immagine e del messaggio d’immediato impatto emozionale, che aggrediscono visivamente lo spettatore, sono modalità di comunicazione diventate quotidiane. Per un effetto assuefante, la voluttà che si insegue cercando di sconvolgere, se stessi e gli altri, tende a ridursi e deve venire quindi ravvivata da esternazioni sempre più eclatanti. Tutte queste “libere espressioni” in realtà sono molto poco libere e dettate dalla manipolazione pubblicitaria della realtà. L’attenzione e il consenso devono venire estorti scavalcando la dialettica e facendo appello alle pulsioni irrazionali.

Vi è una corsa continua allo scandalo, alla provocazione, all’anarchia della comunicazione, tutte forme di narcisismo auto-appagante mascherate da “impegno civile”. La comunicazione verbale viene ridotta al minimo necessario, come il numero di battute contate di twitter. Molto spesso essa è destrutturata, sovvertita, violata nelle sue regole, quando non del tutto abolita. La pubblicità è un attacco violento al discorso, alla Ragione, al Logos, ed è stata introiettata da milioni di individui, grazie alla potenza dei media; ultimi i social network, con cui ognuno ha avuto la possibilità di farsi egli stesso media, strumento di propagazione, megafono dell’unico e pervasivo messaggio della totalitarismo anarcoide della pubblicità.

Il procedimento euristico, la ricerca del vero, la comprensione razionale attraverso cui la società occidentale era riuscita, nei due secoli trascorsi, a evolvere, a orientarsi verso la razionalizzazione del reale e la realizzazione del razionale, per dirla hegelianamente, sono stati dissolti dalle procedure tecniche. Tali procedure, che dovevano essere proprio uno strumento della razionalizzazione, sono diventate automatiche emancipandosi da quest’ultima. Esse anzi contribuiscono ad annientarla, a risolverla in un non-senso, in quanto viene sottratta alle facoltà intellettuali degli individui massificati. La tecnica non è più al servizio del progresso storico. Sovreccita i sensi e le pulsioni mentre inibisce e censura le facoltà dialettiche e verbali. È il freudiano “principio di piacere” a dominare la vita psichica individuale contemporanea, e questo è richiesto dalle “innovazioni” diffuse dalla pubblicità e da una società che costringe il singolo all’instabilità totale, alla precarietà, al labirinto di esperienze e alla vertigine di stimoli. Come agli stati è sottratta la pianificazione dell’organizzazione sociale, gli individui sono privati della possibilità di pianificare la loro vita, pertanto si rende necessario che questi individui introiettino una concezione del hic et nunc, alimentata dal “presentismo” quale filosofia del soggetto alienato e spersonalizzato, affetto dalla fobia dell’“attimo fuggente”, che deve affannarsi per godere ogni singolo istante, disordinatamente, senza coscienza di un avvenire, terrorizzato dall’idea di perdere un’occasione di godimento.

Alla realtà si sovrappone una iper-realtà che la percezione sensoriale ipertrofica realizzata dalla tecnica e dai mezzi di comunicazione ha reso l’unica dimensione abitata e abitabile dal soggetto alienato.  In questa iper-realtà, come in un universo onirico, le categorie intellettuali sono stravolte, alterate fino al grottesco. Non essendoci più, in questa dimensione, una realtà – se non mille riflessi di essa che a loro volta vengono rifratti in un vertiginoso gioco di specchi – non vi è neppure la ricerca del vero, sostituita dalla propagazione percettiva.

La comunicazione politica è stata anch’essa inglobata in questa dimensione, abdicando così al suo compito di formulazione e trasmissione di un discorso razionale sulla società. Le pubblicità non solo straborda nel terreno della politica, ma lo ha fogocitato del tutto. L’attuale Presidente del Consiglio annuncia una nuova legge a colpi di tweet e il suo rivale urlatore ha costituito un partito virtuale su internet. In tutto questo, Berlusconi, che ancora aveva un rapporto quasi esclusivo con la televisione, appare un arnese superato della pubblicità politica. Poiché scompare la realtà alla politica viene a mancare la dimensione pubblica, condivisa, collettiva, riducendosi così a mera parodia di se stessa, liquefatta nelle proteste eclatanti individuali e negli sfoghi delle innocue urla dell’individuo massificato.