Studenti con scarse conoscenze storiche e geografiche riscontrano gravi difficoltà nel superamento dei test d’ammissione alle facoltà universitarie. Giovani ambiziosi partecipano ai concorsi pubblici ricevendo, tuttavia, batoste morali non indifferenti, ritrovandosi magicamente bollati come “ignoranti”, “incompetenti”, o peggio ancora, “incapaci”. Di fronte a un’ignoranza di massa, non sarebbe tuttavia giusto attribuire colpe esclusivamente all’individuo singolo. Deve esistere una falla enorme nell’istruzione dell’italiano medio, soprattutto nell’arco degli ultimi vent’anni. Non è un caso che, dai primi anni ’90 con la culminazione nei primi anni 2000, il Parlamento della Repubblica si sia rivelato un vero campo di battaglia per quanto concerne l’instabile avvicendarsi di tentativi di “modernizzazione” della scuola italiana: la Legge Quadro in materia di Riordino dei Cicli dell’Istruzione, detta anche Riforma Berlinguer, la risistemazione scolastica di Letizia Moratti e, infine, l’ideale teorico della scuola liberista per eccellenza, la Riforma Gelmini.

Nel corso di queste tre grandi “ere”, scolari e studenti di un’intera generazione hanno fatto i conti con programmi scolastici stravolti nel corso del proprio iter formativo, come hanno oltretutto avuto modo di subire la scarsa operatività pedagogica di determinati insegnanti, poco ligi al proprio dovere per il solo fatto di ricoprire un posto fisso. Un miraggio, quest’ultimo, per quegli stessi giovani che hanno vissuto sulla propria pelle le contraddizioni della scuola italiana.

Il frutto di queste scelte, tra l’altro prive di criterio e colme di aspirazioni megalomani nell’imitazione dei più “efficienti” sistemi di istruzione anglo-sassone e germanico, è l’inesistenza di una coscienza storica, l’aggravamento della penuria del senso civico e comunità nelle fasce di età più basse, la conseguente accentuazione di mentalità individualiste nel tessuto sociale. I grandi statisti a capo del governo italiano non comprendono che le scuole dell’Europa centro-settentrionale non sono efficienti per una maggiore quantità di enti privati, bensì per una qualità notevole dei servizi offerti invece dalle istituzioni pubbliche e statali. Per citare un esempio, mentre i genitori italiani son costretti ad acquistare libri di testo per i propri figli, in Gran Bretagna le famiglie non sono tenute a investire denaro nell’acquisto del materiale didattico, in quanto fornito dalle stesse scuole.

Un altro oggetto di dura critica è rappresentato dal tentativo di ideologizzazione dell’intero percorso di istruzione. Grave è infatti l’ambita introduzione del concetto di scuola-azienda, una dimensione nella quale il privato e il mondo affaristico acquisiscono una funzione primaria nell’attribuzione di un imprinting di formazione, ove lo studente cresce in qualità di funzionario e operaio ubbidiente, non come individuo critico e pensante. La Riforma Gelmini ha incarnato perfettamente questa volontà di scardinare l’auto-determinazione del giovane e la sua fame disinteressata di conoscenza, per sostituirla con un sistema scolastico nel quale i direttori o presidi vengano affiancati a imprenditori e aziende. La presenza di questi ultimi implica, ovviamente, un’osservazione e una selezione darwinista dei soggetti scolasticamente più abili e adatti al mondo del lavoro, in funzione della grande “macchina” economica. Ciò a sua volta determina atteggiamenti di competizione, emarginazione e conflitto proprio in quelle mura dove solidarietà e spirito di gruppo dovrebbero maturare per una coesistenza pacifica e una crescita armoniosa tra gli studenti.

Se, tuttavia, non bastavano le pre-esistenti lacune nel programma di formazione dei giovani d’Italia, i nostri deputati hanno voluto dimostrare una maggiore generosità con il popolo dello Stivale. Non importa se lo studente non conosca la collocazione geografica di città quali Palermo o Napoli, non importa se la data di fondazione della città di Roma o della proclamazione del Regno d’Italia siano cadute nell’oblio. E’ sufficiente “innovare”. Fatta eccezione per le due uniche proposte realmente utili agli scolari (educazione sessuale e al vino e la relativa geografia vitignicola), le restanti 32 proposte di legge avanzate dal Parlamento risultano più che altro “gradevoli” e fantasiose agli occhi del cittadino. In primis, l’ “educazione finanziaria”, perché ogni bambino possa finalmente intonare a gran voce “soldi nel cassetto, liberista perfetto”. Trattasi di un programma basato su lineamenti teorici di economia e funzionamento del mercato e del mondo assicurativo. E’ risaputo, infatti, che in età liceale i ragazzi siano soliti investire in borsa, leggere il Sole24Ore e discutere di polizze assicurative, piuttosto che delle ultime fiamme conosciute  a scuola. Non è da meno l’educazione agricola, incentrata sull’apprendimento delle tecniche di semina e coltivazione nei campi. Proposta utile, dal momento che essa può ben ricordare, al giovane disoccupato e laureato, che esiste pur sempre un’alternativa alla precarietà, una splendida e sottopagata vita agreste alle dipendenze di un “magnanimo” caporalato. Non ultima, l’educazione musicale, una materia che è necessaria alla sensibilizzazione del giovane e “raffinato” pubblico, oltre che a svuotare definitivamente i conservatori, già fiaccati da un mondo dello spettacolo non così generoso e incline al consumo della musica leggera e commerciale. Non dev’essere una coincidenza l’introduzione dei rudimenti per il pronto soccorso, certamente indispensabili per salvare le vite di molti studenti, ma anche fondamentale a curare i traumi suscitati dalle proposte di legge appena elencate. Così come l’igiene orale, elemento essenziale al fine di eludere eventuali sputi di sorta, probabilmente non così profumati. Dinanzi a cotanta generosità parlamentare, ci si pone una domanda. Come sarà possibile, per lo studente italiano medio, colmare la propria ignoranza strutturale e nello stesso tempo atteggiarsi a convinto esponente della tuttologia?