Le ragioni del tragico incidente ferroviario in Puglia rimarcano l’atrocità dell’avvenimento, ma ne evidenziano anche la prevedibilità. L’affermazione di un parallelismo fra il terremoto a L’Aquila e le alluvioni a Genova, dà risalto ad un principio sin troppo comune nelle stanze del potere: la tardività dell’interventismo amministrativo ed istituzionale. Interrogarsi su possibili soluzioni a problemi di ordine generale e pubblico, è chiaramente necessario. Porre rimedio preventivo ed immediato, senza che le vite di cittadini – ai quali bisognerebbe soltanto rendere benefici che siano esenti da evitabili pericolosità – vengano stroncate, sarebbe indubbiamente meglio. Per giunta, è opportuno ribaltare la retorica degli intellettualoidi, e ravvisarne la goffaggine.

Chi oggi – probabilmente, guardando a sinistra – invoca il latte salvifico delle mammelle statali, dimentica d’aver sostenuto ieri un quinquennio presidenziale griffato Vendola, che si è unicamente concentrato sui plausi ai colletti bianchi dell’ILVA, e sulla propaganda vacua e vaga. Nel contempo che le rimostranze di una comunità allo stremo della sopportazione sociale e civile tingevano lo sfondo sordido dei disservizi del Tacco d’Italia. Lo scorso martedì ci ha consegnato un’ennesima cartolina di uno Stivale scuoiato, tranciato in due: un Settentrione connesso alle meraviglie meridionali, e un Sud che arranca pure a tenere in contatto i suoi capoluoghi di regione. Le salme di Andria e Corato addossano colpe ben più gravi di una mancata o erronea comunicazione di viabilità: sono la garanzia di fallimento di uno Stato incapace di affacciarsi più in là della Campania.

Così come Cristo si fermò ad Eboli, l’Italia è in stallo in Puglia: tappa contrassegnata da un luttuoso drappo nero, che commemora e redarguisce. Intensamente, ricorderà agli smemorati a gettoni l’innocenza di esistenze spezzate; bruscamente, rimprovererà il lassismo sulle sventure del Meridione italiano. I sinistri rumori di lamiere in frantumi e il drammatico schianto dei convogli in corsa, hanno sancito la definitiva fallibilità della dottrina dell’Alta Velocità: il Sud nostrano non finisce a Salerno. Ma sembra quasi che la spettacolarizzazione del dolore venda più di una seria discussione sulle urgenze infrastrutturali del Paese.