I giudici della Corte d’Assise di Appello di Bari, con una sentenza depositata il 2 febbraio scorso, hanno descritto la nascita e lo sviluppo di una importante cellula del fondamentalismo islamico ad Andria, in Puglia. I giudici di secondo grado avevano condannato lo scorso ottobre cinque tunisini, dei quali si parla nella motivazione della sentenza, per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo islamico che proprio ad Andria avevano “costituito sul territorio delle strutture di sostegno che avevano principalmente il compito di procurare falsi documenti di identità validi per tutta l’area Shengen, di fornire materiale di interesse logistico, di reperire fondi e di fornire aiuto ai ‘fratelli’ ricercati dalle varie autorità giudiziarie”.

Al vertice della cellula jihadista l’ex imam Hosni Hachemi Ben Hassem condannato a 5 anni e 2 mesi di reclusione. E proprio Hosni coordinava il reclutamento di nuove reclute, rappresentando un importantissimo sostegno, come spiegano i giudici, per i “fratelli” dediti al jihad che, transitando dall’Italia, avrebbero voluto raggiungere il Nord Europa. Non dimentichiamoci, infatti, che proprio dal porto del capoluogo pugliese, sotto lo sguardo non troppo vigile della polizia di frontiera, lo scorso anno è passato per ben due volte Salah Abdelsalam, l’attentatore del Bataclan a Parigi. Insomma, la moschea di Andria era diventata una sorta di ostello per aspiranti jihadisti che lì avrebbero trovato documenti falsi, protezione, sostegno di spirito e d’armi.

Il porto di Bari sarebbe da tempo, come spiegato dal Foglio qualche giorno fa, sottoposto all’attenzione non solo della magistratura, ma soprattutto dell’intelligence. Perché proprio nel capoluogo della Puglia potrebbero arrivare nuovi e numerosi aspiranti jihadisti provenienti dall’area balcanica. Dal Kosovo ad esempio, nuova (ma non troppo) fucina del fondamentalismo, terra d’origine di Lavdrim Muhaxheri il boia partito per la Siria che sfoggiava le sue macabre esecuzioni sui social network. Oppure dall’Albania, le cui colline è possibile intravedere da Otranto nei giorni nei quali l’aria è più tersa, da dove si pensa siano partiti circa 150 combattenti per il Medio Oriente.

La scorsa settimana, però, il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha provato a rincuorare i pugliesi: “Sul terrorismo a Bari c’è un livello di allerta alto come nel resto del Paese perché Bari non è solo un porto ma è anche una porta, guarda a Oriente ed è guardata da Oriente” ha dichiarato, continuando “l’Italia è stata bersagliata negli ultimi tre anni da flussi che derivavano dal Mediterraneo centrale. Noi siamo lì a vigilare e il livello di attenzione è notevolissimo. Se dovessero servire più uomini e più mezzi, perché dovessimo notare un incremento su quella rotta, non avremo difficoltà a inviarli”.

Spiace smentire il Ministro ma a Bari, a fronte di tante promesse, le cose non sono cambiate. E  proprio il sindacato Ugl Puglia, qualche mese fa,  spiegava a L’Intellettuale Dissidente le profonde criticità del Porto di Bari il cui personale è esiguo e gli strumenti tecnici in dotazione per controlli, inutili. Per non parlare inoltre della inadeguatezza della struttura portuale, lasciata sempre più al suo destino. Ma  non ci diamo per vinti. In realtà vorremmo sperare in un cambiamento, magari radicale. Ma tutto ciò sarebbe inutile perché, come la cultura popolare insegna, “chi campa di speranza, disperato muore”.