di Matteo Volpe

Il disastro della Norman Atlantic ha provocato una serie di polemiche e accuse nei confronti di chi ha gestito i soccorsi. I passeggeri e l’equipaggio si sono lamentati di ritardi e inefficienze da parte dei soccorritori. Nella rubrica “L’amaca” di Repubblica Michele Serra contesta le legittimità di qualsiasi critica da parte di chi è stato salvato per il solo fatto che questi avrebbero dovuto essere riconoscenti nei confronti dei loro “salvatori”. Non si vuole qui fare un’analisi tecnica volta a stabilire chi abbia ragione e se effettivamente i soccorsi siano stati mal coordinati. Quello che sorprende, però, è un giudizio del genere da parte di una delle penne più importanti di un giornale come Repubblica.

“Può darsi che ci siano stati ritardi e confusione, nei soccorsi alla Norman Atlantic” scrive Serra “È, però, un giudizio “morale”. Che si basa sull’idea, opinabile ma convinta, che essere soccorsi non sia un “diritto” scontato, ma una magnifica opportunità che la tecnologia, l’organizzazione degli Stati e il denaro pubblico ci mettono a disposizione”. Secondo il giornalista del quotidiano diretto da Ezio Mauro essere soccorsi non è un diritto ma un privilegio. “Tutto diventa dovuto” e per questo “si rischia di perdere di vista il privilegio, del tutto moderno, della solidarietà, della protezione e della loro organizzazione in forme sempre più evolute”. Qui sembra si confondano due piani: la gratitudine e l’empatia umana che la vittima spontaneamente prova nei confronti di chi in quel momento la trae in salvo, con il giudizio nei confronti dell’istituzione. Quest’ultimo, ovviamente, può esserci solo “a freddo”, una volta che il pericolo è passato e a mente lucida si riflette su ciò che è successo. Chiunque abbia corso un pericolo mortale, abbia perduto una persona cara o abbia rischiato di perderla, tende a chiedersi se ciò poteva essere, almeno in parte, evitato. E se la risposta è affermativa ne sorge un ovvio senso di irritazione e di indignazione verso chi non ha fatto tutto ciò che poteva e nel modo migliore previsto dalla prassi.

Certo, si tratta di professionisti che mettono a repentaglio “la loro incolumità per salvare altre centinaia di persone”, preparate e pagate per questo, verrebbe da aggiungere. Ma ciò non toglie il diritto (sì, proprio il diritto) di chi vede la morte con gli occhi – e non l’ha scelto, al contrario di questi professionisti che, onorevolmente, sanno a cosa possono andare incontro – di criticare e di volere giustizia quando il soccorso di un’istituzione preposta non giunge tempestivo ed efficace. Ricevere aiuto quando si è in pericolo di vita non è un “privilegio” come scrive Serra, ma un diritto di chi lo riceve e un dovere di chi è in grado di offrirlo. Il nostro codice prevede il reato di omissione di soccorso anche per il cittadino comune. A maggior ragione per le autorità preposte alla tutela della sicurezza e dell’incolumità. Nel caso specifico, molto probabilmente non c’è stata nessuna volontà di non soccorrere nel modo più appropriato i naufraghi, ma forse (sempre se di inefficienza si è trattato) una cattiva organizzazione e un cattivo coordinamento delle operazioni di salvataggio. Come siano andate le cose, se ci siano state o meno delle responsabilità, non è questione da affrontare in questa sede. Ma non si può in alcun modo sostenere che essere soccorsi quando si rischia la vita non è un diritto da esigere! Se non lo fosse, i soccorritori avrebbero potuto decidere di non intervenire affatto e di lasciare affogare tutte le vittime. Se non lo fosse, un medico potrebbe rifiutarsi di operare un paziente anche qualora sia necessario e lasciarlo morire. No. Chi ha una responsabilità sulla vita delle persone deve rispondere di eventuali e fatali errori, voluti o meno che siano, anche in sede penale. Ma c’è, inoltre, una responsabilità sociale, quella dell’istituzione nei confronti dei cittadini. Lo stabilisce la Costituzione che, all’articolo 2, sancisce: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Addirittura la nostra Carta riconosce questo dovere di assistenza da parte delle istituzioni nei confronti non solo del cittadino, ma di ogni individuo umano.

L’articolo 3 inoltre stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” e che quindi non si può in alcun modo parlare di privilegio, il quale è invece ristretto soltanto a una parte dei cittadini. Il fatto che la scienza e il diritto siano in grado di dare una sicurezza maggiore che in passato aumenta la responsabilità di quelle istituzioni e degli individui che si trovano a servirsene. L’ovvia constatazione che “Si naufragava e si spariva in mare, un tempo, con molta più frequenza e molto più fatalismo” non vuol dire che giovare delle nuove tecniche e delle forme di tutela più recenti sia un privilegio che viene magnanimamente e arbitrariamente concesso, invece che una garanzia strutturale e ineludibile, per la stessa ragione per cui un medico ha delle responsabilità nei confronti del paziente anche se lo cura sulla base delle più avanzate ricerche scientifiche.
La Costituzione nei suddetti e in altri articoli ammette l’esistenza della società. La società deve tutelare l’individuo. E, sì, queste tutele sono “dovute”, esigibili, inderogabili. Il ragionamento di Serra, invece, in modo inconsapevole, nega di fatto l’esistenza della società, come Margaret Thatcher, invece, faceva consapevolmente portando questo assunto alle più estreme conseguenze. È il punto di vista di Robert Nozick, il teorico dello “Stato minimo”: i ricchi non hanno alcuna responsabilità nei confronti dei poveri: chi è in una condizione di forza non ne ha verso chi è in una condizione di debolezza. Ogni individuo risponde solo degli effetti più immediatamente visibili delle proprie azioni e agisce come una monade isolata.

Purtroppo questo è il danno provocato dalle morali individualiste; ritenere che non ci sia alcuna responsabilità sociale. Ciò inevitabilmente conduce a un modo di pensare decisamente regressivo: esigere un diritto riconosciuto giuridicamente diventa una pretesa assurda. E allora la retorica del “tutto è dovuto” o del “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” (variante economica del medesimo approccio) si impadronisce del senso comune. Questa retorica vuole indurre un senso di colpa in chi si trova a beneficiare di una tutela pubblica e che lo fa non perché privilegiato, ma proprio in quanto ingiustamente svantaggiato. Un approccio alquanto pericoloso, perché è la strada più breve per trasformare i “diritti” in “privilegi” fino ad annullare del tutto le forme di tutela faticosamente messe a punto dal progresso sociale.