Il 19 marzo scorso la Camera ha approvato la novella e straordinaria imu sui terreni agricoli, tanto per mantenere l’ormai nota coerenza governativa che sparge e dispensa a larghe mani miliardi a chi, pur avendone bisogno, può farne a meno, per poi però infischiarsene completamente della massa amorfa di ingombranti relitti sociali a cui ottanta euro possono decidere la vita; non a caso apparirebbe certamente surreale, quasi daliniano, pensare un Keynes che, per risollevare l’economia prostrata dalla crisi, teorizza gli ottanta euro e in effetti, alla prova dei fatti, l’attesa e pretesa ripresa si è semplicemente risolta in un buco nell’acqua che assomiglia a una stagnazione. Dunque per sostenere e assicurare questa misura che, più che sociale, si dovrebbe definire elettorale, una variante legalizzata e ingentilita del voto di scambio, si è concepita la tassa sui terreni agricoli che equivale a colpire una delle colonne non solo dell’economia, ma della cultura stessa del nostro paese, la trama di folkloristiche tradizioni che ne compongono silenziosamente e ostinatamente il carattere primordiale e genuino, il vero custode del paesaggio, l’originale e autentico volto della penisola, le radici che, affondate nel terreno, affermano e ripetono la nostra intima, oggi lacerata in frammenti, identità.

È inquietante dover nuovamente ammettere che il minimo comun denominatore dei governanti che ci sgovernano sia la miopia seriale, spesso una sorta di cinismo interessato a familistiche speculazioni, i cui frutti sono sotto gli occhi sconsolati di tutti e che oggi può aggiungere un altro mattone alla babele di delitti compiuti, tassare la terra, cioè tassare il contadino, gambizzandolo, ma non scalfire minimamente le multinazionali, i moderni, evoluti e degenerati latifondisti, cancro mondiale per i particolarismi, le diversità , la ricca e fertile eterogeneità. In parlamento l’unica parola contraria l’hanno pronunciata i parlamentari del Movimento 5 Stelle, lanciando insieme l’hashtag #laterranonsitassa; dalla stampa un inquietante ma non insolito silenzio. Si svolge così per l’ennesima volta il copione già visto degli annunci, delle promesse, dei discorsi da talk-show che assicurano la diminuzione della pressione fiscale, ma non mantengono nulla, e se anche lo mantenessero, si smentiscono prontamente con una nuova tassa, o una tassa indiretta, o un prelievo straordinario.

Un’altra randellata e rastrellata al ceto medio-basso costretto a finanziare le trovate elettorali, le ruberie varie e le grandi opere, per le quali magicamente si riescono sempre a trovare miliardi su miliardi, serbatoi infiniti di denaro che vanno a ingrassare le tasche e gli intestini dei soliti ladroni. Il terrore per l’estinzione dei contadini, dunque per metonimico collegamento, dei loro frutti, non deve però disturbare l’ontico sonno degli italiani, provvederà l’arancia marocchina, la mela afghana, il pomodoro sudafricano, l’insalata cinese a sopperire…semplicemente il sapore sarà diverso, inconfondibilmente posticcio, in difetto di quid, quel melenso ricordo di sapore, lontanissimo sussurro di odore, quella materia dal gusto vago e indistinto, grigiastro, a volte cancerogena. In attesa dell’imu sull’aria per poter respirare, sul mare e per poter fare il bagno, sul sole per poter vedere, ci godiamo i frutti esotici.