La foto la posta Pietrangelo Buttafuoco su Facebook, alle undici e qualcosa dello scorso martedì mattina. Undici uomini, due donne, chi in piedi chi seduto (Umberto Eco ha la sua bell’età, Furio Colombo pure): “La nave di Teseo” salpa dal porto Mondazzoli per avventurarsi nel mare dei mostri del mercato editoriale italiano. Al timone c’è lei, Elisabetta Sgarbi: una vita passata in Bompiani ad affastellare autori e successi, ristampe e mostre, soirée champagnine e convegni accademici, consolidando una posizione di domina che le consente adesso di abbandonare il neonato gruppo Mondadori+Rcs con una truppa di autori mica male. Abbastanza per lanciare un progetto, “La nave di Teseo”, appunto. Poco per garantirne il successo: la nuova casa editrice dovrà vedersela con un mercato asfittico e il catalogo dei suoi autori, fino alla scadenza dei contratti, resterà buona parte in Bompiani. Il marchio de “La nave” ricorda neanche troppo vagamente il pittogramma della luna nuova di calassiana memoria: due anse rivolte verso l’alto, a simboleggiare appunto un vascello. E di simbologia si nutre quest’avventura, di simbologia e di vile denaro che è corso obbligo di procurare.

Simbolo e grano. La scelta del nome richiama il mito greco: «È ispirato a un passo delle Vite parallele di Plutarco» dice la Sgarbi, che nell’impresa ha coinvolto, oltre ai succitati Buttafuoco, Eco e Colombo, nomi del calibro di Mario Andreose, Eugenio Lio, Anna Maria Lorusso, Edoardo Nesi, Sandro Veronesi, Sergio Claudio Perroni, Tahar Ben Jelloun, Mauro Covacich, Michael Cunningham, Viola di Grado, Hanif Kureishi, Nuccio Ordine, Carmen Pellegrino, Lidia Ravera, Susanna Tamaro e naturalmente Vittorio Sgarbi. «Parlando del vascello di Teseo, dice che gli ateniesi asportavano i vecchi pezzi via via che si deterioravano, sostituendoli con quelli nuovi finché non rimase niente della nave originaria e non si poteva capire se si trattasse sempre dello stesso vascello o fosse un vascello differente. Insomma, la volontà è creare una realtà che possa assomigliare alla Bompiani, con lo stesso spirito, ma che sia anche un’altra cosa». La domanda sul perché lasciare il proprio editore, dopo venticinque anni di successi, non può non essere pruriginosa. Da mesi la vicenda dell’acquisizione di Rcs Libri da parte della casa di Segrate è seguita dagli osservatori con particolare attenzione, e le conseguenze tecniche della sua buona riuscita non erano difficili da immaginare. Perché a capo del nuovo colosso editoriale c’è lei, Marina Berlusconi: e lei è la versione giovane e femmina di lui, il Capotribù. L’uscita di Roberto Calasso e di Adelphi dalla fusione non aveva sorpreso, avendo l’autore toscano previsto un’apposita clausola contrattuale per tutelarsi da operazioni del genere. La questione Bompiani era assai più scivolosa, unendo il marchio campioni dell’antiberlusconismo a frequentatori amichevoli della villa di Arcore. E l’ossimoro non poteva passare inosservato, specialmente a cose fatte.

«Al direttore – Ho letto numerosi articoli sulla nuova editrice-rifugio per intellettuali e scrittori choosy, che preferiscono distaccarsi da Mondazzoli e da Marina Berlusconi per incompatibilità antropologica, pezzulli corredati da foto ricordo alla “zio Vale”. Mi può dire per favore se la famiglia Sgarbi raccontata come fulcro della nuova impresa è proprio dessa, cioè la famiglia di Vittorio Sgarbi?». Così sul Foglio Giuliano Ferrara, con risposta di Claudio Cerasa: «Quando si dice una critica ad arte». Lo zio Vale, evocato dall’Elefantino e dai molti pezzi usciti negli ultimi giorni sull’argomento, altri non è che Valentino Bompiani, fondatore del galeone lasciato per un nuovo e più libero battello. A tirarlo in ballo è per primo Umberto Eco, che della nuova casa editrice è anche sponsor milionario (a proposito di grano: i milioni di Eco sarebbero due, altri ne arriveranno dalla Francia tramite l’editore Jean-Claude Fasquelle): «[Con Valentino Bompiani] Ci davamo del lei. Tutti lo chiamavano “il dottore”. Ma dottore ero anche io. Per ovvie ragioni non potevo chiamarlo “conte”, come faceva la sua segretaria. Dunque gli dissi: “Io, in tutti questi anni, non l’ho chiamata mai e ora che vuoi il tu, ti chiamerò come i tuoi nipoti: zio Vale”». Si dice anche che il soprannome fosse stato vagliato per battezzare la casa editrice, quasi per vendicare la memoria di zio. Ma non c’è niente da vendicare,  insistono i fondatori de “La nave di Teseo” – fuorché la morte violenta del mercato.

«Non sarei onesta se dicessi che questa mia uscita non dipende dalla cessione dei marchi Rcs alla Mondadori» dice Elisabetta Sgarbi «Non ho nulla contro la Mondadori. Non serbo motivi di attrito con la proprietà e men che memo con il management. Credo però che questa acquisizione non sia un’iniziativa solo commerciale, ma qualcosa di molto più importante. Alcuni editori non hanno una posizione precisa sul fatto di entrare in un grande gruppo. Io sì e sarebbe lo stesso se, come dice Umberto Eco, al posto di Berlusconi ci fosse Nichi Vendola». Pietrangelo Buttafuoco sceglie Il Fatto Quotidiano e non Il Foglio per replicare a Ferrara: «Sarebbe successo lo stesso se, al posto del Cavaliere, ci fosse stato Carlo de Benedetti. Autonomia, in questo caso, significa far decidere Elisabetta Sgarbi. E prima, con la Bompiani di prima, solo lei – e con lei gli scrittori – decideva. […] Solo i fissati abitano i luoghi comuni. E la spiegazione vale per quelli di sinistra, come per quelli di destra. Quel tanto di imbecillità che spetta ai primi e quel tanto di cretinismo che compete ai secondi fa immaginare un esito ideologico ma così non è. “La Nave di Teseo” è nata per dare una agli scrittori una Casa. Sorge finalmente fuori dalla gara al ribasso del generalismo aziendalista dove perfino un Luigi Pirandello, oggi, non potrebbe trovare posto, e finalmente fuori dalla psicotica estetica dell’impegno che si nega all’immaginazione e alla poetica, cose che nessuno forse mastica più, ma che sanno trovarsi comunque una loro rotta». Non contro qualcuno ma a favore dell’editoria, è il ragionamento. E c’è da dire che è il ragionamento giusto, se pure matematicamente i contorni dell’operazione Mondadori-Rcs appaiono inconciliabili con le logiche della fragilissima industria libraria italiana. I numeri dello scompenso sono evidenti.

La fusione è intervenuta su un mercato pressoché desertificato, nel quale il gruppo di Marina Berlusconi controlla adesso il quaranta per cento delle quote a fronte del dieci del suo principale concorrente Mauri Spagnol. Il restante cinquanta per cento è composto da editori locali, regionali e a distribuzione nazionale privi del benché minimo strumento di competizione commerciale con il golem berlusconiano, considerando che nel campo dei tascabili, per esempio, la casa di Segrate arriva a controllare percentuali di mercato bulgare (c’è chi parla dell’ottanta per cento). Mauri, che non è una cooperativa sovietica ma un congruo gruppo editoriale con tredici marchi del calibro di Chiarelettere e Garzanti, arriva a stento a un decimo del mercato. E questo paradosso è facilmente spiegabile con il fatto che è stato consentito al più grande gruppo editoriale italiano (Mondadori) di comprare il secondo (Rcs), senza che l’Antitrust abbia alzato un dito. Non stare al governo, sia detto senza la minima polemica, sembra fruttare all’ex Cavaliere.

Mauri Spagnol, peraltro, insieme a Feltrinelli distribuirà le edizioni de “La nave”, lasciando la porta aperta ad un eventuale salvataggio in caso di affondamento. L’imperativo, per il momento, sembra essere il “farcela da soli”: «L’obiettivo è di proporre una cinquantina di volumi nel 2016» dice ancora la Sgarbi «venticinque di novità e venticinque di catalogo perché alcuni autori, come Eco, hanno contratti che sono scaduti e non sono stati rinnovati». La sfida è aperta, ma richiede realismo: nel momento in cui la carta stampata cede sempre più vasti territori all’impero di internet, fondare una casa editrice equivale a giocare d’azzardo. Ma è pur vero che l’editore è il mestiere del rischio, almeno in teoria: rischio coperto da una capacità di fuoco che teoricamente la Sgarbi può vantare, sebbene non sempre accada come nei film e le vecchie glorie alle volte si riscoprano soltanto vecchie. Umberto Eco ci scherza su, avendo superato da un pezzo gli otto decenni e la fase più creativa del suo lavoro di romanziere: «Il progetto è l’unica alternativa alla Settimana Enigmistica, il vero rimedio contro l’Alzheimer». C’è poi chi, come Sandro Veronesi, non sposa la linea diplomatica della Sgarbi, di Eco e Buttafuoco: «Ero in una condizione in cui avrei dovuto muovermi, anche da solo. D’altronde ventuno anni fa me ne andai da Mondadori per il conflitto di interessi e non potevo rientrare dalla finestra. Quando ho visto che c’erano Elisabetta Sgarbi e un gruppo di autori che la pensavano come me ho capito che c’era una soluzione. E contribuire, anche finanziariamente, a fondare una casa editrice, cosa che ho già fatto con Fandango, è una sfida bellissima, anche considerando l’energia e l’ottimismo di grandi vecchi come Umberto Eco o Furio Colombo». Su Bompiani Veronesi non ha rimpianti: «Credo che sia impossibile mantenerla in un gruppo così grosso dove, tra l’altro, c’è già Einaudi con un profilo simile». E i tecnici di Mondadori? Possono aver trascurato questo banale aspetto eziologico?

«Gli incontri con la Mondadori – Ferrari, Ernesto Mauri (soprattutto), e una volta con Marina e Silvio» ha raccontato la stessa Elisabetta in un’intervista alla rivista “Il libraio”« – si sono svolti nella più assoluta cordialità e, devo dire, stima nei miei confronti. Se penso che, date le dimissioni, in Rcs ci hanno messo sei ore per togliermi il badge di ingresso, una notte per sconnettere il mio account, dopo venticinque anni di lavoro, mi viene da pensare che mi avrebbero trattato meglio da Mondadori. Il problema è che rimanevano due posizioni distanti: quella degli autori e quella, appunto, della proprietà. Io capisco che Mondadori, presa la Bompiani, decida di tenersela per intero, costi quel che costi. Ma non è la stessa Bompiani, senza Eco e altri autori che ne costituiscono l’identità e il volto. Ognuno avrebbe dovuto rinunciare a qualcosa per tenere la Bompiani unita. Ma se si è proprietari del cento per cento di qualcosa, non si è tenuti a raggiungere accordi. Tutto qua. Ho dovuto scegliere tra una Bompiani in cui non mi sarei riconosciuta e una nuova casa editrice. Ho scelto “La nave di Teseo”». Tocca fare gli auguri che questo tentativo di risposta al bulimico paradigma liberista che ha ingollato il campo editoriale italiano vada a buon fine. Intanto c’è da vederle, queste nuove edizioni de “La nave”, c’è da sfogliarle, da osservarne la grafica, da odorarne il profumo d’inchiostro, da contemplarne la forma dei caratteri. Ci sono romanticherie che sopravvivono alle leggi di mercato. Forse è questo che ai preparatissimi analisti della signora Berlusconi è sfuggito.