di Francesco Colaci

Scontri e polemiche fra ministri e deputati. In ballo vi sono gli interessi economici del paese, già piegato dalla crisi finanziaria. Sarà l’aumento degli investimenti nelle risorse militari a gravare ulteriormente sulle spese pubbliche. Consapevole della situazione è il Ministro dell’economia Padoan, il quale ha avanzato al Ministero della Difesa la proposta di riduzione dei costi di circa 500 milioni di euro. La richiesta è stata ovviamente respinta dalla Difesa, la quale invece preme affinchè la prossima legge di stabilità riservi, ad essa, un aumento di 3 miliardi sulle spese militari per il prossimo decennio, dei quali 1,2 miliardi fruibili già da quest’anno. Un incremento, dunque, rispetto ai 23 miliardi di euro che da anni erano stabilmente stanziati per gli armamenti e le missioni all’estero. Le aspirazioni belliche del “diplomatico” Ministero sono contenute nella nota di aggiornamento del DEF (Documento di Economia e Finanza), la quale è stata accolta con eccessivo entusiasmo dalla commissione Difesa della camera, ma osteggiata dal voto contrario di Sel e Movimento 5 Stelle.

E’ molto interessante notare che un organo, quale è la Difesa, solitamente sottoposto alle direttive di una prudente spesa finanziaria (specie se in campo militare), non risponda a nessuno fuorché a sé stessa e alle evidenti pressioni esercitate da una tenebrosa voce fuori campo, il cui “nickname” NATO può risultare abbastanza familiare. Inoltre, è affascinante osservare come l’incremento massiccio degli armamenti italiani stia avvenendo in coincidenza dell’intervento russo in Siria, che certamente non riceverà alcun supporto occidentale nella missione anti-ISIS. Mentre Obama è impegnato a fingere un sorriso dinanzi alla buona volontà di Putin nella lotta al terrorismo, dall’altro deve fronteggiare i demoniaci magnati dell’industria bellica, che alle sue spalle auspicano una guerra fredda (o calda che sia) alle porte.

Ciò è del resto evidente dalla richiesta spropositata di maggiori introiti, al fine di completare il programma di riarmo, il quale prevede l’acquisto di nuovi elicotteri da supporto truppe HH-101 dell’Aeronautica, caccia di addestramento M- 346, i nuovi satelliti spia Sicral2 e il programma Forza Nec, per la digitalizzazione dell’Esercito. Per non parlare del bottino finale cui la Difesa aspira, per gli investimenti nel settore dell’aerospazio e dell’alta tecnologia, progetti dei quali non è stato fornita un’adeguata descrizione e sulla quale la Commissione Difesa vorrebbe maggiori chiarimenti. Questi ultimi cadono prevedibilmente nel vuoto, considerato il fatto che già la domanda governativa di dimezzamento di acquisto dei 90 cacciabombardieri F-95 sia stata ignorata dallo stesso Ministero della Difesa, tutto teso ad acquistare nuovi “giocattolini” militari, come un fanciullo in balia di bramosie e capricci infantili.

Fra i nuovi “giocattoli”, oggetti di diletto, spunta tuttavia una nuova e inquietante novità. Nelle ultime settimane, in Europa è in corso una sorta di competizione all’acquisto di nuovi arsenali nucleari. In seguito alle manie di persecuzione nei confronti della suddetta operazione russo-siriana, Washington, infatti, ha consultato ogni singolo paese europeo, e intrapreso, così, un’opera di smistamento dei nuovi sofisticati ordigni, molto diversi dai precedenti B61. La bomba atomica americana B61-12, infatti, oltre ad avere una potenza media di 50 kiloton, riunisce in sé le potenzialità di tutti i modelli precedenti, con l’introduzione di un sistema di pilotaggio intelligente che pianifica la direzionalità della bomba fino a 100 km di distanza: un sistema perfetto per colpire obiettivi strategici senza sporcarsi le mani.

L’Italia, (insieme a paesi quali la Germania, Belgio, Olanda e Turchia), ha acconsentito ad adottare questi nuovi strumenti di “sicurezza”, investendo ulteriori risorse nell’aggiornamento di basi militari pre-esistenti (Aviano e Ghedi Torre), dunque addebitandosi buona parte del costo complessivo dell’operazione. Ebbene, finalmente è chiaro come un taglio di miliardi di euro all’istruzione e alla sanità, (per il pagamento dei ben noti 27 miliardi), venga facilmente compensato con l’impiego di risorse finanziarie in campo militare.